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«Mi presento, sono il Signor Distruggere», tra gli autori più apprezzati della blogosfera italiana con un milione di like su Fb

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Vincenzo Maisto, "Signor Distruggere"
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Dici Vincenzo Maisto e leggi “Signor Distruggere”. Classe 1985, salernitano doc, è tra gli autori più apprezzati della blogosfera italiana: circa 1 milione di like su Facebook, oltre 456mila follower su Instagram e quasi 60mila su Twitter. Nome d’arte che sintetizza una missione: distruggere i sogni altrui esponendo la realtà oggettiva, come il nome originario del blog, aperto nel 2011. «Signor Distruggere, invece, nacque da una discussione con una ragazza a Barcellona intenzionata a partire per il cammino di Santiago – racconta Maisto al Quotidiano del Sud. Nell’elencarle gli elementi oggettivi che paragonavano quell’esperienza a quella dell’andare al villaggio di Babbo Natale in Lapponia, mi definì così».

Stesso cinismo che Maisto non lesina quando condivide sui suoi canali i post di ignari utenti, i quali ingenuamente hanno affidato le proprie storie, al limite del trash, a gruppi social, in cerca di sostegno o di consiglio. Come le “pancine”, le fanatiche della gravidanza, forse le vittime più famose di “Distruggere”, che gli ha dedicato il suo terzo libro: “Pancine d’amore” (Rizzoli), uscito nel 2018.

È cattivo di natura o solo per lavoro?

«Non credo di esserlo in nessuno dei due contesti. Essere ironici, sarcastici e cinici non significa essere cattivi».

Eppure lei mette alla berlina alcune categorie di utenti... Quando ha capito che poteva diventare un'occasione di successo?

«Mai. Non solo perché il mio attuale tenore di vita è lo stesso che avevo prima del blog, ma anche perché più che sulle persone io tendo a concentrarmi sui concetti espressi. È irrilevante che una follia la dica Maria Rossi, a meno che Maria Rossi non sia un personaggio pubblico».

Perché le persone sentono la necessità di mettersi a nudo sui social media?

«I gruppi e le pagine che funzionano un po’ come ‘gruppi di sostegno’, garantiscono l’anonimato. Quindi si può avere la libertà di raccontare anche la cosa peggiore, avendo la consapevolezza che si possono ricevere opinioni non incentrate su di te, ma sulla tua esperienza. Il parere di migliaia di estranei ha un peso diverso rispetto a quello della tua migliore amica, che potrebbe non essere obiettiva e/o di parte».

Gran parte del materiale che utilizza gira su gruppi chiusi. Come riesce a ottenerlo?

«Ho più di un milione di persone che seguono i miei social e che vedono cose, frequentano gruppi e pagine. Ricevo tutto da loro. Anche perché io non sto in nessun gruppo».

Si fida di quello che le mandano o effettua dei controlli per evitare di far circolare fake?

«Faccio l’intrattenitore non il giornalista, non devo rispettare nessuna deontologia professionale. Quindi non sono tenuto a fare verifiche, ma nel mio piccolo cerco di farle nei limiti del possibile. Quando gli screen riportano nomi e cognomi ricerco i personaggi coinvolti, fatto ciò, appurata l’esistenza, la verifica finisce lì. Non è possibile fare altro e le dico anche perché…».

Prego…

«Potrei scrivere a Maria Rossi, protagonista dello screen, per chiederle: ‘Ma è vera questa cosa da lei scritta nel gruppo xy?’ Che risposta otterrei? ‘Certo, e a te cosa te ne frega di quello che scrivo nel gruppo xy? Come ti permetti e a che titolo vieni qui a chiedermi queste cose?’. Per quanto riguarda, invece, le pagine pubbliche tipo ‘I consigli delle mamme’, che pubblicano post anonimi, bisognerebbe scrivere in privato all’amministratrice per farsi dare le generalità di chi ha mandato loro il quesito. Perché dovrebbe dire a me il mittente della sua corrispondenza privata? Quindi la verifica finisce ancora prima di iniziarla».

L’hanno mai accusata di far girare bufale?

«Esistono diverse teorie del complotto sull’autenticità degli screen. Tra queste c’è quella che dice che io avrei ammesso la non autenticità, cosa che non ho mai fatto. Un’altra che sia io stesso a fabbricarli per accrescere la mia popolarità. Chi scrive questo pubblicamente poi dovrà dimostrarlo davanti a un giudice. Ne ho viste di lacrime dei leoni da tastiera, che alle prime lettere dell’avvocato diventano magicamente dei gattini. Aggiungo una cosa…».

Faccia pure…

«Stranamente i contestatori non mi hanno mai scritto per chiedermi gli screen senza le censure per verificarli, che è la prima cosa che farei io se volessi smontare il fenomeno. E, in caso di rifiuto, sarebbe la prima cosa che direi nell’apertura di un mio pezzo ipotetico: ‘Maisto si è rifiutato di mostrarmi gli screen senza le censure’. Viceversa, diverse redazioni e giornalisti hanno avuto modo di vederli e verificarli: la redazione di Rai 1 ne esaminò oltre 200, Cecilia Greco (Repubblica), Chiara Ingrosso (Mediaset), Giulia Lea Giorgi (Mediaset), Eleonora Giovinazzo (Repubblica), Francesca Carboni (Giornalettismo), Ornella Fulco, ecc. Posso mandarli anche a voi del Quotidiano del Sud per due risate».

Ci fidiamo sulla parola. Ci dica però una cosa: sul blog lei dice di essere impegnato a favore dei diritti delle donne, come concilia questo nobile intento con la sua idiosincrasia per le pancine?

«Non c’è nessuna idiosincrasia per le pancine, ma per il mondo dell’ignoranza e dell’assurdo. I mariti delle pancine non stanno messi meglio e ormai i post sul tema rappresentano la minoranza».

All’opposto c’è il mondo del childfree, di chi si vanta di non avere figli. Anche loro sono molto attivi sui social, ha mai pensato di occuparsene?

«In realtà mi è capitato di parlarne e lo apprezzo molto. I ristoranti childfree, ad esempio, non sono apprezzati solo da chi non ha figli, ma anche da chi li ha e per una sera vuole staccare la spina».

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