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Il Def di cui l'Italia ha bisogno: investimenti al Sud, ma nessuno ci pensa

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Il ministro dell'Economia Giovanni Tria
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L’ideogramma cinese per l’Italia vuol dire «Paese delle idee» - il che ci fa anche piacere, ma le idee possono essere buone o cattive. E non vi è dubbio che sulla questione meridionale – le idee dell’Italia non sono servite a far convergere i due tronconi del Paese. Il Def in arrivo porterà qualche utile idea in proposito?

Lo sviluppo del Mezzogiorno – è ormai chiaro – non è una questione di equità, di eguaglianza o di convergenza; è un’esigenza per l’Italia tutta (vedi anche il fondo di Roberto Napoletano). Il reddito potenziale può diventare realtà solo se attinge alle energie latenti – e ce ne sono, e molte – del Sud.

Il 2019 sarà un anno bellissimo, ha garantito il premier Giuseppe Conte. Potrebbe suonare come un’espressione più da cabaret che da statista, allergica a qualsiasi elemento di realismo. Ma il Mezzogiorno lo prende in parola e il Def che verrà può essere la cornice per realizzare il profondo cambiamento promesso da decenni, invertire la tendenza e iniziare a colmare il gap tra le due Italie.

Al primo punto gli investimenti. Niente favoritismi e regali, tantomeno soldi a pioggia. Sarebbe già un successo tornare alla ripartizione di dieci anni fa. Nel 2009 gli investimenti pubblici valevano il 3,4% del Pil con 56 miliardi per scendere progressivamente all’1,9% dell’anno scorso con 39 miliardi. Un taglio del 31% medio ma il Sud ha pagato un prezzo decisamente più salato. I 21,6 miliardi del 2009 sono diventati 10 miliardi l’anno scorso, il 55% in meno. Nel Mezzogiorno vive il 34% della popolazione e si genera un quarto del Pil ma la quota di investimenti pubblici fatica ad arrivare al 20%. Con riferimento al 2009, il Sud d’Italia ha perso 60 miliardi di euro. 

Il premier Conte e il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, hanno promesso di riportare gli investimenti pubblici intorno al 3,1% del Pil. L’ultima legge di bilancio ha introdotto il vincolo che almeno il 34% della spesa per investimenti deve essere indirizzata a sud di Roma. Salire al 40% (od oltre) sarebbe un segnale di vero cambiamento. D’altronde lo stesso Conte ha affermato che la ferrovia tra Agrigento e Caltanissetta è più strategica della Torino-Lione. Il Def dovrebbe destinare risorse per molti più miliardi di euro al Sud. Le priorità non mancano. Dall’alta capacità ferroviaria fino a Reggio Calabria e alla Napoli-Bari per le quali oggi sono previste solo briciole. La creazione di un sistema dei trasporti e della logistica serio vuol dire accelerare la rincorsa del Mezzogiorno. Interconnettere e internazionalizzare il Sud dovrebbe essere la grande scommessa, anche per sostenere i processi di innovazione nell’imprenditoria. I cinesi (ancora loro!) hanno un proverbio: «Se volete creare ricchezza, costruite una strada». Dal che si evince un proverbio inverso: «Se volete ostacolare la creazione di ricchezza, non investite nelle comunicazioni». Ed è quello che è successo al Sud, che soffre di trasporti affannati e di logistica inadeguata rispetto al resto dell’Italia. E si rischia di soffocare sul nascere quei segnali di insospettata vitalità con le start-up che crescono a tassi del 30% l’anno dalla Campania alla Puglia, dalla Calabria alla Sicilia.

Al riguardo dovrebbe essere potenziato il programma “Resto al Sud”, le agevolazioni per le nuove iniziative imprenditoriali. Quasi 10mila domande in compilazione e 2.500 quelle approvate ma ancora mancano le disposizioni attuative per liberi professionisti e imprenditori under 46. Più che risorse aggiuntive (la dotazione è di 1,25 miliardi) è necessario rivedere i meccanismi. Il finanziamento pubblico a fondo perduto copre il 35% dell’investimento. Il restante 65% viene erogato attraverso un mutuo agevolato garantito dallo Stato. Ma i mutui sono concessi solo dalle banche convenzionate con Invitalia-Abi che possono praticare tassi di interessi diversi tra loro. E ottenere il mutuo è la pre-condizione per il finanziamento pubblico.

In questo Def dei “sogni” – che in realtà è il Def di cui l’Italia ha bisogno – dovrebbe comparire una Cassa del Mezzogiorno in versione 4.0. Non una riedizione sic et simpliciter, ma volta a riproporre lo spirito iniziale della Cassa, né liberista e nemmeno statalista in una logica non di sostituzione del mercato ma di creazione del mercato.

La speranza è che il governo gialloverde cambi passo e che il Def che verrà non sia la replica della Nota di aggiornamento sbandierata a fine settembre con tanto di brindisi sul balcone di Palazzo Chigi da parte dei ministri grillini. Senza interventi per il Mezzogiorno l’intero Paese non riuscirà a emergere dal pantano della stagnazione.

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