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Venticinque miliardi e trecentomila posti di lavoro. Se negli ultimi cinque anni avessimo applicato la clausola del 34%, dando a un terzo del Paese, quello più debole, niente di più di quanto gli spetterebbe di diritto, considerata la popolazione, il Mezzogiorno avrebbe “guadagnato” oltre cinque punti di Pil e ridotto del 40% l’emorragia di posti di lavoro.

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IN CUI INVITA A RESTITUIRE IL MALTOLTO

Se i conti del Sud non tornano, il colpevole ha un nome e un cognome: investimenti pubblici.

LEGGI L’INCHIESTA SULLA PRESSIONE FISCALE
CHE È CRESCIUTA AL SUD E DIMINUITA AL NORD

Sono quelli che mancano all’appello scorrendo le statistiche ufficiali, che puntualmente non si trovano nelle note e nei commenti sbandierati nei talk show televisivi o nei titoloni dei giornali. Eppure, basterebbe analizzare i numeri del grande scippo, quello della spesa pubblica allargata, che ha dirottato 61 miliardi di euro dal Sud al Nord. O quello, non meno importante, degli investimenti pubblici che avrebbero dovuto prendere la strada del Mezzogiorno.

(LEGGI L’INCHIESTA DELL’ALTRAVOCE DELL’ITALIA
SUI 61 MILIARDI SOTTRATTI OGNI ANNO AL SUD
)

È da almeno 20 anni che i governi, indipendentemente dal colore politico, tentano di metterci una pezza e di correggere il trend che dirotta verso il Sud solo le briciole della grande torta dei cantieri e degli investimenti di Stato. A fare i conti è la Svimez, con uno studio firmato dal presidente, Adriano Giannola, e dall’economista Stefano Prezioso.

IL DIVARIO

Fra il 2001 e il 2015 (ma il trend non ha subìto variazioni di rilievo negli ultimi due anni) gli investimenti con risorse “ordinarie” destinate al Sud non sono mai andati oltre il 21% in media, con una punta minima del 19,2% nel 2007 e una massima del 23,9% nel biennio 2009-2010. Nello stesso periodo, il Nord ha invece incassato la parte più consistente della spesa in conto capitale, passando dal 78,8% del 2001 al 78,6 del 2015. E, in ogni caso, non scendendo mai al di sotto del 75%.

(LEGGI LA LETTERA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIUSEPPE CONTE
AL QUOTIDIANO DEL SUD L’ALTRAVOCE DELL’ITALIA
)

Per raggiungere la clausola del 34%, prevista nell’ultima legge di Bilancio approvata dal governo gialloverde, mancano quasi tre miliardi all’anno di risorse ordinarie. Se allarghiamo lo sguardo alla spesa in conto capitale, al netto delle partite finanziarie, il calo risulta addirittura più evidente: fra il 2007 e il 2017 gli investimenti pubblici, nel Sud, si sono in pratica dimezzati, passando da 22,2 miliardi (l’1,4% del Pil) a 10,6 miliardi. Se la regola del 34% fosse stata applicata anche negli ultimi cinque anni, avremmo salvato circa 300mila posti di lavoro invece dei 500mila bruciati sull’altare della recessione.

LEGGI L’EDITORIALE DEL DIRETTORE NAPOLETANO
SULLA NECESSITÀ DI LIBERARE IL SUD DALLA GABBIA

Ma non basta, perché il Pil del Mezzogiorno avrebbe dimezzato la perdita di ricchezza accumulata dal 2008, portando il calo dal 10,75% a un più modesto 5,4%, in linea con le aree più ricche del Paese. Certo, qualcuno potrebbe anche dire che, spendendo più soldi al Sud, si ridurrebbero gli investimenti al Nord e, tutto sommato, la somma algebrica sarebbe neutra. Niente di più sbagliato: l’effetto “depressivo” determinato dallo spostamento delle risorse sarebbe stato compensato dalla produzione e dall’occupazione attivate nelle regioni del Centro-Nord dai consumi aggiuntivi del Sud. Con la clausola del 34% ci avrebbero guadagnato tutti. Il Pil italiano avrebbe avuto un saldo netto positivo dello 0,2%, evitando la brusca caduta della recessione. E ne avrebbe beneficiato anche l’occupazione, che avrebbe guadagnato, in cinque anni, 185mila posti di lavoro. Ora, il governo ci riprova. La clausola del 34% dovrebbe diventare la regola nei piani di investimento delle imprese pubbliche e delle amministrazioni dello Stato. Il problema, però, è come monitorare il livello degli investimenti pubblici e, soprattutto, l’andamento della spesa. Nei bilanci ufficiali, giusto per fare due esempi, Anas e Ferrovie promettono investimenti al Sud che vanno ben oltre la soglia del 34%.

LO “SBLOCCA-CANTIERI”

La realtà è che, nell’ultima grande lista delle grandi opere da sbloccare, su un totale di 26,4 miliardi di investimenti, oltre la metà (16 miliardi) sono destinati al Nord, 6 miliardi al centro e poco meno di 5 miliardi al Sud. Insomma, se con il decreto sblocca-cantieri pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale partissero per miracolo tutte le opere bloccate, è vero che si creerebbero 380mila nuovi posti. Ma, la quota destinata al Sud non supererebbe i 50mila occupati. Il 34% resta ancora un miraggio.

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