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Ricordate la favola del Sud regno dell’assistenzialismo e dei travet di Stato? O, la storia della pubblica amministrazione che, in Italia, parla solo (o, quasi) meridionale?

O, più recentemente, un film popolarissimo come Quo Vado, campione di incassi, nel quale un brillantissimo Checco Zalone era abbarbicato alla sua poltrona di impiegato pubblico con un posto fisso, anche a costo di sacrifici indescrivibili?

Forse, è arrivato davvero il momento di rimuovere questi abusati luoghi comuni dall’immaginario collettivo, per sostituirli con un’altra realtà, quella fatta dai numeri veri e dalle statistiche scientifiche.

TAGLI E TURN OVER

Partiamo da un dato: fra il 2001 e il 2015 il numero degli uffici pubblici, calcolato in termini di Unità Locali, si è effettivamente ridotto, per effetto dei tagli di spesa e del blocco del turn over. Ma, in realtà, l’esercito degli statali ne ha risentito solo in parte. Infatti, considerando sia i lavoratori dipendenti che quelli con contratti atipici, c’è stato addirittura un lieve aumento dello 0,4%. Non in tutto il Paese, però, è andato in onda lo stesso film.

Infatti, nel Centro-Nord i dipendenti pubblici sono aumentati di 26mila unità, l’1,4% in più. Mentre, nel Mezzogiorno, la situazione è letteralmente capovolta, con 14mila lavoratori in meno (1,3%). Numeri che, si legge nel rapporto Svimez del 2018, “sovvertono l’opinione comune di un Sud avviluppato all’impiego pubblico”. Le differenze, in realtà, sono ancora più evidenti se si considerano le tipologie contrattuali.

Che cosa è successo? Per “aggirare” il blocco del turn over deciso dagli esecutivi, e riempire i vuoti in organico, molte amministrazioni hanno fatto ricorso al lavoro atipico. Questo, però, è avvenuto soprattutto nel Centro-Nord, dove i contratti “precari” sono cresciuti dei 47,7% (36mila e 300 posti di lavoro) compensando abbondantemente la flessione, molto contenuta, dei lavoratori dipendenti (-0,6%, 10.700 unità).

Nel Mezzogiorno, invece, gli atipici sono cresciuti solo del 14,2% (pari a 7mila e 300 unità) a fronte di una diminuzione di oltre due punti percentuali dei dipendenti. Ma non basta. A difendere con le unghie il “posto fisso”, contraddicendo i luoghi comuni, sono state soprattutto le amministrazioni del Nord, dove i contratti a tempo indeterminato sono calati dell’1,7% quasi quattro volte in meno rispetto al Sud. Dove, invece, hanno registrato un forte incremento i rapporti di lavoro a tempo determinato (11,2%).

IL PART TIME

C’è, infine, un ultimo dato significativo, che riguarda proprio la Calabria. In 4 anni, dal 2011 al 2015, i contratti part time sono passati da 250 a 3.770. Un vero boom. Che cosa è successo? Semplice: molte regioni meridionali, per aumentare la platea degli assunti, non hanno trovato nulla di meglio da fare che ridurre le ore lavorate e, di conseguenza, anche il salario. Una “condivisione sociale delle risorse disponibili per garantire l’occupazione al maggior numero di persone consentite”. Insomma, una sorta di “welfare” all’interno del pubblico impiego e tutto Made in Sud.

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