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La proposta di Capaldo, facciamo cadere tabù del 3%

Andare in Europa con un piano Marshall per l'Italia

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La sede della Commissione Europea
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La proposta avanzata di recente da Pellegrino Capaldo di "programmare" deficit superiori al 3% per un arco temporale definito che sia accompagnato da un altrettanto definito e credibile piano di rientro sotto la soglia del 3% ha un senso particolarmente concreto per un Paese come l'Italia che ha un disperato bisogno non di recuperare una crescita purchè sia, bensì di avviare uno sviluppo ed un riassetto strutturale che consenta di lasciare alle spalle questa crisi troppo lunga e devastante. Vi sono molte legittime ragioni e diverse realistiche modalità per affrontare il tema.

LEGGI LA PROPOSTA DI CATALDO

Condizione necessaria senza la quale non ha senso avviarsi dovrebbe essere la capacità e il coraggio di essere molto determinati nell' individuare il percorso da proporre in modo convincente a noi stessi prima che all'Unione. A tale proposito abbiamo serissimi argomenti per chiedere quanto prospettato dal prof. Capaldo con argomenti tali da essere di sicuro interesse per un'Europa attenta alla sua stessa sorte.

Va detto che sarebbe molto preoccupante proseguire di questo passo. Rispetto alle timide politiche messe in atto dopo il 2011 dal centro sinistra,  oggi il presunto "cambiamento" dell'attuale Governo punta a rilanciare - a debito - i consumi con imponenti impegni di risorse, senza credibili rilevanti effetti per il rilancio dell' economia nella misura idonea a rimettere in moto in modo territorialmente credibile il Sistema Italia. Se va bene riusciremmo a tornare ai livelli del Pil del 2007 verso il 2028/30 al Sud (che deve ancora recuperare 10 puti di Pil) e verso il 2022/23 al Nord (che deve ancor recuperare oltre 4 punti di Pil).  Essere - forse - ancora il secondo Paese manifatturiero, grande esportatore non ci schioda dall' essere il gran malato tra i Paesi  Ue.

Le pulsioni, le insofferenze autonomiste segnalano una carenza di visione, alimentando l'illusorio intento di "liberarsi" della zavorra meridionale per uscire dalle secche. Oltre dieci anni di crisi documentano che proprio l'arretramento imposto al Sud dalle politiche precedenti e -ahimè- attuali  rappresentano un aspetto fondamentale delle nostre vicende.

Abbiamo la presunzione di invocare un piano Marshall per l' Africa, di voler aiutare i migranti "a casa loro" mentre da noi si svuota della meglio gioventù anche la polpa e non solo l' osso rossidoriano; non ci accorgiamo con imperdonabile strabismo che un "nostro" piano Marshall dovremmo proporlo per arrestare la deriva che si va consolidando, a Nord e a Sud.

Un piano per cosa? Con un'immagine allusiva abbiamo detto e ripetuto che per riprendere il largo e navigare nell’economia globale non basta - specie in prospettiva - essere "terzisti di lusso" nelle catene del valore germaniche. Dobbiamo fare manutenzione straordinaria di ciò che resta del Made in Italy, prospettare, oltre a industria 4.0, il ruolo trainante e rigeneratore del tessuto tecnologico e produttivo  per iniziativa delle superstiti imprese pubbliche che sono un patrimonio prezioso da consolidare e alimentare. Lo sta non a caso proponendo l' ordoliberista Germania per bocca del suo ministro dell'industria, lo pratica alla grande la Francia - spesso a nostro danno.

IL SECONDO MOTORE

Ma il secondo motore che gli altri non hanno, da noi, del tutto dormiente è il nostro Mezzogiorno da reinserire in tutta fretta nel circuito dello sviluppo giocando saggiamente la carta di un ruolo centrale nella possibile, necessaria proiezione euromediterranea dell' Unione. In questa prospettiva un formidabile aiuto viene dalle esigenze che pone la strategia di Europa 20-20-20 in tema di sviluppo sostenibile e di controlo e gestione del problema climatico.

Dal febbraio 2017 abbiamo il potenziale di dodici Zone Economiche Speciali, da rendere sistema attrattivo e propulsivo; dobbiamo anche a tale scopo, realizzare una efficiente ed efficace redistribuzione degli investimenti pubblici ordinari (ai qual aggiungere e non sostituire) i fondi europei.

Il tutto per realizzare il "piano" di una - pur tardiva - rivoluzione logistica e lo sviluppo della logistica a valore su tutto il territorio così da rimettere a frutto la rendita che stiamo invece dissipando da decenni. La tanto discussa via della seta -per noi- è solo un aspetto e non il più rilevante del compito che ci attende: quello di "ricostruire il Mediterraneo", fondamentale per connettere attorno alla sua centralità Nord e Sud e cioè Europa ed Africa oltre che Est e Ovest.

LA MORATORIA

La moratoria sui vincoli di bilancio (che fruirebbe molto dalla saggia introduzione della golden rule) ha quindi un senso concreto, programmabile in termini quantitativi con vantaggi e accelerazioni che rendono credibile il "piano di rientro" necessario ad attivarla. Oggi è del tutto chiaro che per quel che riguarda gli investimenti pubblici il massimo impatto su prodotto ed occupazione, a parità di risorse, si ottiene nel Mezzogiorno sia in termini di efficacia che di efficienza. Lo attestano i moltiplicatori di impatto e di lungo periodo, ai cui effetti va agiunto il traino che accessibilità e connettività (merci tuttora scarsissime al Sud) hanno in termini di attrattività di investimenti privati che -anche questo è quantificabile-  vengono a valle di investienti pubblici di razionalizzazione e attrezzatura dell' ecosistema. 

La fase della riflessione, ormai matura, dovrebbe lasciare il campo a quella complessa della proposta operativa, che non può che venire dalla consapevolezza  della sua urgenza e priorità.

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