Il premier Giuseppe Conte

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Mettevi d’accordo oppure lascio Palazzo Chigi. È questo il senso dell’attesa conferenza stampa di Giuseppe Conte fissata per le 18 e 15 di ieri. Eppure prima di giungere al fischio d’inizio del discorso del premier agli italiani bisogna riavvolgere il nastro. E ripartire dalla mattinata. Da quando si rincorrono notizie che evocano scenari apocalittici, al punto che più di qualcuno sussurra a Montecitorio che il presidente del Consiglio potrebbe annunciare le dimissioni.

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Il chiacchiericcio di palazzo rimanda a un premier stanco del clima di perenne campagna elettorale. Ecco perché fra venerdì e sabato il professor Conte decide di preparare una trentina di cartelle da sottoporre agli italiani, ma soprattutto ai due vicepremier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. In qualche modo Conte deve uscire dall’angolo, far sapere che il premier c’è ed è lui e rimanda la palla dall’altra parte del campo. Come dire, non si farà rosolare a palazzo Chigi.

LA SFERZATA

L’avvocato del popolo che è arrivato alla presidenza del Consiglio grazie a un contratto siglato da Lega e dal M5S non desidera “vivacchiare”. È vero, non si è dimesso, come qualcuno aveva lasciato intendere. Ma la fase due dell’esecutivo sarà lontana dai governicchi della Prima Repubblica. Non a caso dopo un lungo preambolo in cui il premier esalta i punti del contratto di governo approvati, «il lavoro di squadra incredibile» e i rapporti con i due vicepremier e con tutta la compagine di governo, a un certo punto abbassa il tono della voce e pone i due vicepremier davanti a un bivio: «Personalmente – afferma – resto disponibile a lavorare nella massima determinazione di un percorso di cambiamento».

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Il premier gioca la sua partita che ha il sapore di un vero avvertimento: «Le due forze politiche – insiste – devono essere consapevoli del loro compito. Se ciò non dovesse esserci non mi presterò a vivacchiare per prolungare la mia presenza a palazzo Chigi. Molto semplicemente rimetterò il mio mandato». Questa volta si tratta di un vero e proprio ultimatum di un presidente del Consiglio che si erge nuovamente a garante della fase 2 del governo ma un po’ più super partes rispetto a un anno fa. «Non mi è mai stata chiesta alcuna attestazione di fedeltà da M5s, sono stato scelto da indipendente, non sono mai stato iscritto a M5s», taglia corto.

E ancora: «I cinquestelle sono rimasti dispiaciuti per alcune decisioni che ho preso». Poi, certo, randella in alcuni passaggi il vicepremier leghista quando, ad esempio, sottolinea che «con le veline e i like non si governa». Conte ha in mente un ritorno allo schema iniziale di governo.

«LEALE COLLABORAZIONE»

D’altro canto, ricorda con nostalgia il suo giuramento davanti al Capo dello Stato e i primi giorni di un esecutivo che «nato da due forze politiche distanti e diverse ma consapevoli che il Paese avesse bisogno di un cambio di passo». Secondo Conte i provvedimenti che il governo deve mettere in campo «richiedono visione, coraggio, tempo, impongono di uscire dalla dimensione della campagna elettorale ed entrare in una visione strategica e lungimirante, diversa dal collezionare like nella moderna agorà digitale».

Il presidente del consiglio parla più volte di «leale collaborazione», e cioè che «ciascun ministro si concentri sulla propria materia senza prevaricare su scelte che non gli competono, suscettibili di compromettere in prospettiva la credibilità dell’intero esecutivo. Leale collaborazione significa che se ci sono questioni politiche lo si dice rispettando la grammatica istituzionale, parlando in modo chiaro e non lanciare messaggi ambigui sui giornali. Leale collaborazione vuol dire che se il ministro dell’Economia e il presidente del consiglio dialogano con l’Ue per evitare una procedura d’infrazione che ci farebbe molto male, le forze politiche non intervengono ad alterare quel dialogo riducendo quella trattativa a terreno di provocazione».

Quanto al rimpasto, non è all’ordine del giorno perché, assicura il premier, «le elezioni europee non hanno impatto sugli equilibri parlamentari» e fanno fede solo le percentuali delle politiche del marzo 2018. Ecco, a questo punto bisognerà solo governare e pensare «all’equilibrio dei conti perché le regole europee rimangono in vigore finché non riusciremo a cambiarle». E i due vicepremier come replicano? «Noi ci siamo», replica Salvini. E anche Di Maio gli fa eco: «Noi siamo leali, vogliamo metterci subito al lavoro e crediamo che i fatti siano la migliore risposta in questo momento. Da domani stesso serve subito un vertice di governo per discutere insieme di vari provvedimenti, dalla flat tax ai vincoli europei, agli aiuti alle famiglie». Amen.

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