Matteo Salvini

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La Lega corre anche ai ballottaggi e Matteo Salvini, checché ne dica, farà pesare la sua posizione di forza all’interno del governo. Oltre alla flat tax, primo cavallo di battaglia della Lega, il vice premier punterà sull’attuazione dell’autonomia differenziata regionale, per la quale Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna hanno già raggiunto pre-intese con il governo nella parte conclusiva della precedente legislatura. Da allora è stato avviato un percorso, condotto dal ministro per gli Affari regionali, Erika Stefani, che ha portato a interlocuzioni tecniche e politiche con le tre regioni e alla illustrazione al Consiglio dei ministri del 14 febbraio scorso dei contenuti generali delle intese. Il Cdm ne ha preso atto, condividendone lo spirito.

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LE MIRE DEL VICEPREMIER

Ma ora, c’è da giurarci, il vice premier leghista farà di tutto per imprimere l’accelerazione, anche considerando che ad ottobre 2019 si voterà in Emilia Romagna per il rinnovo del Consiglio regionale e per Salvini una vittoria nella roccaforte “rossa” avrebbe un forte valore politico e simbolico. Il Veneto e la Lombardia hanno già un governo leghista le cui aspettative, agli occhi di Salvini, devono essere soddisfatte. In tutto questo il Mezzogiorno sembra dimenticato, nonostante la Corte dei Conti e la Ragioneria Generale dello Stato abbiano indicato chiaramente forti elementi di disparità che ampliano le distanze tra le Nord e Sud del paese.

LE MANCANZE

Si va dalla mancanza della definizione dei Lep, i livelli essenziali delle prestazioni che dovrebbero essere garantiti su tutto il livello nazionale, alla inadeguata perequazione per sostenere gli enti locali più poveri e con minore capacità fiscale, ad un meccanismo per le assunzioni nel settore della sanità che ha avvantaggiato le regioni del Nord. Ma ora per Salvini, rafforzato dalla vittoria a Ferrara e Forlì, una delle priorità politiche è strappare l’Emilia Romagna al Partito democratico. Ed anche per questo è probabile che “imporrà” l’avvio dei tre disegni di legge che recepiscono le intese sull’autonomia differenziata per le tre regioni. Poco importa se poi i provvedimenti rimarranno incagliati nell’iter parlamentare, frenati dalla precedenza riservata alla legge di bilancio. Importante è averli avviati per poterli spendere in campagna elettorale.

L’EDITORIALE DEL DIRETTORE ROBERTO NAPOLETANO: IL CARRO LEGHISTA E IL CONTO CHE PORTA AL SUD

Gli accordi fino ad ora raggiunti sull’autonomia differenziata (diversi per ogni regione), in attesa della definizione dei fabbisogni standard, si basano sulla spesa storica: insieme alle funzioni che vengono trasferite dallo Stato alle regioni, saranno quindi assegnate le risorse necessarie al loro espletamento considerando quanto si è sempre speso. Non si prevedono fondi perequativi. Insomma, si prosegue con quel meccanismo di assegnazione di risorse che penalizza il Sud. La vera partita i governatori del Mezzogiorno dovranno giocarla quando si passerà alla definizione dei fabbisogni standard, la cui entrata in vigore è stata posticipata al 2020. Certo, fino ad ora la classe politica non ha mostrato particolare sensibilità sul tema. Per le regioni si apre anche un altro fronte, non di minore importanza, che riguarda il Fondo sanitario nazionale.

IL PATTO PER LA SALUTE

A dicembre 2018 avevano raggiunto un accordo con il governo secondo cui dal 2020 il Fondo sarebbe dovuto aumentare di più di 2 miliardi di euro. Accordo che si sarebbe dovuto recepire nel Patto per la Salute da firmare entro il 31 marzo. La data è passata ma nulla è accaduto. Anzi, in una bozza circolata nei giorni scorsi risulta che il ministero dell’Economia abbia subordinato questo aumento al rispetto dei vincoli di finanza pubblica. L’aumento sembra quindi sfumare, o comunque appare improbabile. È superfluo aggiungere che gli svantaggi maggiori saranno per le regioni commissariate, sostanzialmente quelle del Sud.

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