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È ancora in divenire e tutto da definire, ma l’unica cosa che appare certa è che l’Italia parte svantaggiata. Il Paese rischia di perdere i contributi dell’area euro per realizzare riforme strutturali e nuovi investimenti, perché questi sono legati all’attuazione delle riforme e al rispetto delle regole economiche e di bilancio. L’Eurogruppo nel formato allargato a Ventotto ha dato ieri il via libera, in linea di principio, a quello che viene chiamato “strumento di bilancio per la convergenza e la competitività”, e che rappresenta un bilancio specifico dell’area euro.

Non è ancora chiaro come verrà finanziato. Sarà il negoziato politico che inizia adesso a dover trovare una risposta pratica a quello che è stato messo nero su bianco in linea teorica. Cifre ufficiali non ve ne sono, si ragiona a una dotazione iniziale compresa tra i 15 e 20 miliardi di euro. Da dove proverranno queste risorse non è chiaro. È stato deciso che questo nuovo strumento sarà compreso nel bilancio pluriennale dell’Ue (Mff 2021-2027). Il rischio per l’Italia è dover contribuire, quindi mettere risorse, per poi non ottenere niente. Perché il Paese è indietro con le riforme e lontano dal rispetto degli obblighi di bilancio.

LE CONDIZIONI

L’accesso al finanziamento degli Stati membri «dipenderà dall’attuazione delle riforme strutturali e degli investimenti», e sarà legato anche al «rispetto della condizionalità macro-economica applicabile prevista dal regolamento sulle disposizioni comuni e dal rispetto delle norme orizzontali applicabili all’attuazione del bilancio dell’Ue (ad esempio regolamento finanziario )». Una formula, questa, aperta a più interpretazioni. I Paesi del nord volevano un richiamo esplicito al patto di stabilità e agli obblighi di riduzione di deficit e debito, ne è uscita una formulazione meno netta ma non per questo non meno forte.

L’assunto di fondo è che chi non si impegna a tenere i conti in ordine, e quindi ridurre deficit e debito, non beneficerà del nuovo strumento finanziario, la cui partecipazione sarà obbligatoria per i Paesi con la moneta unica. Oltretutto si applica il “modello Grecia” a tutti. I fondi dell’Eurozona verranno erogati «a rate, subordinatamente all’adempimento delle tappe concordate» Soldi concessi in tranche, con esborso legato al compimento delle riforme, è quanto attuato agli Stati oggetto di programma di assistenza finanziaria. E l’Italia lo sa bene, avendo erogato prestiti a Grecia e prima ancora a Irlanda, Portogallo e Cipro.

IL CAVILLO

Gli addetti ai lavori fanno notare che «quello che non è espressamente nel testo non c’è in quanto non espressamente specificato». Sarà a questo principio che l’Italia potrà provare ad aggrapparsi, almeno per ora. 

Perché il progetto sarà oggetto dei capi di Stato e di governo dell’Ue la prossima settimana, in occasione del vertice del Consiglio europeo. Saranno i leader a decidere come andare avanti. Spetterà dunque al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, disputare la delicata partita politica con tutte le parti attorno al tavolo. Nell’Europa a trazione franco-tedesca dovrà tenere il punto innanzitutto con Emmanuel Macron e Angela Merkel, e negoziare condizioni favorevoli per il Paese e le sue regioni.

IL NEGOZIATO

Se non si fa esplicito riferimento a debito e deficit l’Italia potrebbe cercare di “negoziare” flessibilità, anche se appare complicato lo stesso. In base a quello che è stato approvato, con voto favorevole dell’Italia e quindi dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, requisito fondamentale per poter avere accesso allo strumento finanziario dell’area euro di nuova creazione è la presentazione di piani di riforme e investimenti «debitamente motivate»e dettagliate, comprendenti la stima dei costi degli investimenti e, «se del caso», delle riforme strutturali, le giustificazioni per i costi stimati, nonché il calendario per l’attuazione delle riforme e le azioni chiave. La Commissione europea svolgerà una funzione di controllo dei piani nazionali e di attuazione delle riforme, e sulla base delle valutazioni si concederanno i fondi.

Difficile sfuggire, quindi. Quante che siano le risorse per lo strumento di bilancio dell’Eurozona, l’Italia non sembra avere le carte in regola per beneficiarne. A meno di attenersi scrupolosamente alla regole comunitarie e alla raccomandazioni specifiche per Paese.

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