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DIMENTICATE i 61 miliardi di euro sottratti al Sud Italia. Archiviate il 6% di spesa pubblica che ogni anno prende la via del CentroNord. Se l’autonomia diventerà realtà, questi numeri andranno rivisti. Al rialzo ovviamente. Parola del Dipartimento per gli Affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi che, interpellato da Giuseppe Conte, si è prodotto in dodici pagine piene zeppe di criticità e dubbi sull’attuazione del federalismo differenziato. Non solo il progetto leghista per rendere autonome Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, determina «qualche dubbio di costituzionalità». Non solo metterebbe «a rischio il principio del pareggio di bilancio» contenuto nell’articolo 81 della carta. Sarebbe un colpo di spugna anche sull’unica parte della Spesa pubblica, quella delle amministrazioni centrali, che oggi è più equamente divisa.

UN PASSO INDIETRO Per capire l’impatto distruttivo che l’autonomia avrebbe sulle casse del Mezzogiorno è necessario partire dall’inizio: dai conti presentati pochi mesi fa, con un certo orgoglio, dalla ministra per gli Affari regionali Erika Stefani. Dalle tabelle preparate dal suo dipartimento si poteva evincere che le regioni del Sud ricevono molto più di quelle settentrionali in settori cruciali per la vita delle persone, come istruzione e servizi sociali. Ecco, questi numeri, quelli a vantaggio del Mezzogiorno, sono quelli relativi alla spesa delle amministrazioni centrali dello Stato. Certo, sono numeri parzialissimi, come abbiamo documentato. Rappresentano appena il 22,5% della spesa pubblica allargata, quella comprensiva di tutti i trasferimenti (anche quelli provenienti da regioni, province, comunità montane, società controllate dalla stato, comunità montane). Se si guarda al totale, la storia cambia e il Sud torna a prendere appena il 28,3% a fronte di una popolazione del 34,3%. Ma questa, come direbbe qualcuno, è un’altra storia.

SEMPRE PEGGIO Nelle intese siglate dal governo e dalle regioni che chiedono l’autonomia, si prevede che, qualora non siano ancora stati individuati fabbisogni standard relativi a ogni singola materia (ad esempio quanto lo Stato deve conferire per asili nido, servizi sociali, eccetera), scatti un meccanismo sostitutivo. Regioni «virtuose», almeno in teoria, evidenziano i tecnici di Palazzo Chigi, «riceverebbero un ammontare di risorse pari almeno al valore medio nazionale della spesa statale (e quindi presumibilmente maggiore della spesa storica di riferimento di quella regione)». Tradotto: il meccanismo della spesa storica (secondo il quale i comuni possono spendere per un servizio al massimo quanto hanno già speso l’anno precedente), che già avvantaggia le regioni più ricche, diventerebbe il grimaldello per mettere le mani sui fondi che oggi sono distribuiti in modo più equo. «Un ingiustificato spostamento di risorse – si legge nella relazione – verso le regioni ad autonomia differenziata, con conseguente deprivazione delle altre».

L’EFFETTO VALANGA Non è tutto. Secondo giuristi, nessuno si è preso la briga di pensare cosa accadrebbe se tutte le regioni seguissero l’esempio di Veneto, Emilia Romagna e Lombardia. In questo caso l’attuale distribuzione delle competenze fra Stato e Regioni, previsto dall’articolo 117 della Costituzione, «finirebbe per essere sostanzialmente alterato». La cosiddetta competenza concorrente, che oggi prevede che sia lo Stato centrale i principi fondamentali in materie talvolta cruciali, come la tutela della salute, sarebbe svuotata dall’interno. Senza contare che il nuovo assetto «potrebbe ripercuotersi sugli uffici e sulle strutture dell’amministrazione statale centrale e periferica». Insomma, impiegati a casa. Ma a quello il governo forse ha già pensato: per tutti loro è già pronto il reddito di cittadinanza.

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