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Basta! Il premier Conte stoppa ancora il blitz leghista sull’autonomia

La spesa storica fa regali al Nord: il bottino sale da 61 a 62,3 miliardi

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Palazzo Chigi
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Numeri contro parole. Nel giorno del vertice sull’autonomia differenziata, nuove cifre, provenienti dai conti pubblici territoriali, tornano a raccontare una vecchia storia. Lo scippo da 61,5 miliardi di euro l’anno, riferito al periodo 2014-2016, non esiste più.

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Il nuovo numero da tenere a mente è 62,3: tanti sono i miliardi che nel 2017 hanno lasciato il Mezzogiorno per andare a rimpinguare le casse del Centro-Nord. Un 6,4% di scarto, in crescita dello 0,4% rispetto al triennio precedente. Una distribuzione, anche questa volta, non sorretta né giustificata dal rapporto con la popolazione. I cittadini del Sud, vale a dire il 34,2 degli italiani, portano a casa appena il 27,8 dei trasferimenti provenienti dallo Stato centrale. Tendenza invertita dal Centro-Nord che riesce ad accaparrarsi molto più di quello che l’aritmetica consentirebbe: il 65,7% della popolazione accede al 72,1% delle risorse statali. In termini assoluti la sproporzione diventa ancora più evidente. Per un cittadino residente da Roma in su, lo Stato spende 17.506 euro all’anno; per un connazionale nato nel Meridione appena 13.144.

SEMPRE PEGGIO

Numeri che hanno rischiato, e rischiano ancora, di peggiorare sensibilmente grazie al progetto di autonomia differenziata portata avanti dal Governo e da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. In primo momento, parola dell’Ufficio legislativo di Palazzo Chigi, l’accordo sulle risorse da destinare alle tre regioni si stava orientando sul valore medio nazionale procapite della spesa statale. Un meccanismo di ricalcolo complesso che avrebbe finito per portare nelle casse lombarde, emiliane e venete ancora più soldi di oggi.

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Soldi che sarebbero stati presi dalla Spesa delle amministrazioni centrale, la voce ad oggi un po’ più favorevole al Mezzogiorno. Dopo il vertice del 3 luglio le cose sono, in parte cambiate: Movimento 5 Stelle e lega si sarebbero accordati per mantenere il criterio della Spesa storica per primi tre anni, al quale dovrebbe fare seguito quello dei fabbisogni standard (di fatto ancora inesistenti).

Al contrario dei fabbisogni standard, che misurano il fabbisogno finanziario di un ente in base alle caratteristiche territoriali e agli aspetti socio-demografici della popolazione residente, la spesa storica tiene conto solo ed esclusivamente di quanto un ente ha speso nell’anno precedente. Un meccanismo che finora ha contribuito a creare e mantenere un sistema basato sulle diseguaglianze territoriali. Affidarsi alla spesa storica vuol dire continuare a dare zero a chi ha sempre avuto zero, lasciare nella povertà chi in quella condizione è nato e cresciuto. A comuni come Riccia, Casoria e Altamura sono destinati zero euro per gli asili nido. In un centro più grande Reggio Calabria, ci si ferma a 19 euro per bambino.

Per avere un’idea: per lo stesso servizio il Nord ha una spesa storica di 3000 euro a bambino, il Centro di 2000. Discorso analogo per trasporti locali, formazione, mense scolastiche e molto altro. I servizi sociali emiliani, per esempio, valgono tre volte quelli calabresi: 151,70 euro pro capite annui contro 52,92).

MENO CURE

Neanche la salute rimane fuori dal perverso meccanismo della spesa storica. Se per curare un piemontese lo Stato investe 1.802 euro l’anno, per un pugliese ce ne sono appena 1.704. Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, insieme al Piemonte, sono state anche le uniche regioni a bypassare il vincolo imposto nel 2010 alle assunzioni del settore sanitario. Con la Finanziaria di quell’anno si fissava il tetto agli investimenti del 2004, ridotti dell’1,4%.

Le tre regioni hanno attinto ai propri fondi per finanziare la parte restante. Secondo la Corte dei Conti, questo escamotage ha portato la spesa di settore a lievitare: nel 2018 era superiore di quasi 5,5 miliardi rispetto al 2004. Se al Sud i costi sono cresciuti dell’8,5%, al Nord si è toccata una punta del 23%. Nel 2017 Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna hanno speso dieci volte quanto Abruzzo, Calabria, Campania, Puglia e e Molise: quasi 3 miliardi di euro contro meno di 250 milioni.

Differenze inimmaginabili all’interno dello stesso Stato, fra cittadini che in teoria dovrebbero avere gli stessi diritti. Differenze che quegli 800 milioni di euro in più sgraffignati nel 2017 potranno soltanto aumentare.

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