Il ministro Erika Stefani

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«Ministro che fa, scappa?». Villa Lubin, cuore di Villa Borghese, lussuosa e storica sede del Cnel, ore 16, seminario sull’Autonomia differenziata. L’intervento di Erika Stefani è appena finito, il suo staff l’accompagna, le indica la porta secondaria. Più che un’uscita, però, è una fuga. E un ministro in fuga non è mai uno spettacolo bello da vedere.

«Può dirci come risponde a chi le dà della bugiarda sui numeri della spesa pubblica territoriale?» le chiediamo, facendoci largo a fatica. Il cordone di protezione la circonda, fa quadrato.

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«Mi spiace, non parlo», fa lei, lo sguardo basso, contrariata. «Ministro l’accusano di aver spacciato per dati complessivi quelli delle amministrazioni centrali, un quarto del totale. Lei sostiene che il Sud riceve molto più del Nord. Come fa a dirlo?». Pausa. Silenzio. «Gli accordi erano questi, mi spiace», si scusa fa lei, lo sguardo fisso sul cellulare. Un secondo dopo sale in ascensore. Le porte si chiudono. Poco dopo dalle scale sale trafelato un carabiniere: «Dove sono i cronisti?».

VIETATO FARE DOMANDE

La scena che segue è di quelle che non si vorrebbero mai raccontare. Il portavoce del Cnel, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, qualche decennio fa tempio della democrazia e delle rappresentanza sindacale, che ci placca stile rugby alla cintola. Un suo collega che ci si para davanti. «Vietato fare domande». Specie se scomode. E dire che non avevamo fatto alcun blitz. Non volevamo consegnarle il Tapiro. Volevamo chiedere al ministro per gli Affari regionali quali erano secondo lei i numeri giusti. Se era disposta a dire tutta la verità, nient’altro che la verità, sull’autonomia o comunque a dare la sua versione. Dirle che la spesa pubblica per il Sud è inferiore alla quota di popolazione, che gli italiani, dal Brennero a Marzamemi, hanno gli stessi diritti anche se non hanno lo stesso Pil.

Che senso ha organizzare un convegno, invitare la stampa, se poi non è possibile fare domande? Come ha potuto il Cnel, ente diversamente utile, sopravvissuto per caso a un referendum abrogativo, lasciato in apnea, guidato da Tiziano Treu, un rispettabile ex ministro ottuagenario, trasformare i suoi esperti in comunicazione in guardie del corpo?

Sappiamo che queste domande non c’entrano con l’autonomia regionale eppure – se vogliamo, a pensarci bene – un nesso c’è. La tecnica è la stessa. Non rispondere, non dire al Paese quello che, tempo due o tre giorni, potrebbe accadere se tre regioni del Nord, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna prendessero il largo e facessero da apripista.

C’è una scena-amarcord che qualcuno forse ricorderà: il leggendario banchiere Enrico Cuccia, le mani dietro la schiena, seguito passo passo dal suo intervistatore per centinaia di metri. Imperturbabile, senza girarsi e senza mai rispondere alle domande. In quel silenzio c’erano tutte le ombre della Prima Repubblica.

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