Giudici della Corte dei conti

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Parlare di autonomia senza prevedere un fondo di perequazione è contrario alla Costituzione. A rompere le uova nei panieri del governatore del Veneto Luca Zaia e di quello della Lombardia, Attilio Fontana, è la Sezione delle Autonomie della Corte dei Conti. Auditi dalla Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo, i tecnici non hanno dubbi: «Lo stesso art. 116, comma 3, nel prevedere che le forme di autonomia rafforzata debbano essere coerenti con i principi dell’art. 119 della Costituzione […] non sembra consentire una diversa modalità di finanziamento delle materie aggiuntive né la loro sottrazione al meccanismo di perequazione interregionale». In buona sostanza la Corte dei Conti chiude le porte a un’autonomia in cui le ogni Regione si le sua risorse, aumentando il divario fra ricchi e poveri.

UGUALI DIRITTI

La priorità evidenziata dalla Corte è l’individuazione dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), i diritti civili e sociali da garantire su tutto il territorio nazionale, e i relativi fabbisogni standard. Entrambi inseriti nella legge Calderoli (42/2009) e rimasti lettera morta. «Il richiamo al principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione – scrivono i magistrati nella relazione – comporta che, almeno per le prestazioni essenziali ai cittadini, siano garantite su tutto il territorio nazionale pari condizioni in termini di accesso, qualità e costi». Il che si traduce nel superamento del criterio della spesa storica, il meccanismo attraverso il quale, dato un determinato servizio, un ente può ricevere al massimo quanto ha speso negli anni precedenti. Una stortura che, in attesa dell’approvazione dei fabbisogni standard, entra a far parte anche dei progetti di autonomia portati avanti da Lombardia, Emilia Romagna e Veneto.

L’ultimo accordo di maggioranza prevede infatti che, per i primi tre anni dall’entrata in vigore dell’autonomia, i trasferimenti alle tre regioni vengano fatte sulla base della spesa storica, in buona sostanza una benedizione dello status quo. La Corte dei Conti però si esprime solo su ciò che viene messo nero su bianco. E le ultime bozze di preintesa prevedono un meccanismo ancora più rovinoso per le regioni meridionali.

Con il criterio della spesa media pro capite «le risorse finanziarie che lo stato dovrebbe trasferire alle Regioni ad autonomia differenziata potrebbero risultare superiori a quelle attualmente spese in quei territori». E per dare di più a territori, almeno in teoria, efficienti e virtuosi, si toglierebbe a quelli in difficoltà

L’UNITÀ NAZIONALE

Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, hanno chiesto la competenza esclusiva rispettivamente su 23, 20 e 15 materie. Soprattutto nel caso della regione di Zaia, dentro c’è di tutto: dall’assunzione diretta dei docenti, alla gestione in proprio della cassa integrazione, alla gestione degli uffici del giudice di pace. «Nella prospettiva dell’unità e indivisibilità della Repubblica – ammoniscono i tecnici – e alla luce dei criteri individuati dalla Corte Costituzionale con la sentenza 274 del 2003 appare dubbio che si possa trattare di un completo azzeramento delle competenze e che non residui in capo allo Stato un margine di intervento, sia pure nel rispetto del principio di leale collaborazione; infatti, non dovrebbe venir meno un momento di coordinamento e di sintesi degli interessi generali dell’intero Paese».

I fautori dell’autonomia senza se e senza ma, dei lacciuoli di uno Stato unitario, non sanno cosa farsene. E anche su questo punto la Corte punge sul vivo. La bozza dell’Emilia Romagna prevede quantomeno che «l’esercizio delle competenze attribuite nelle materie indicate» sia «subordinato ai principi generali dell’ordinamento giuridico, dell’unità giuridica ed economica, delle competenze legislative statali». Una disposizione che, incalza la Corte, «dovrebbe essere messa a fattor comune in quanto denota l’esigenza del rispetto dei principi fondanti della Costituzione». Chi ha orecchie per intendere intenda, a Venezia come a Milano.

 

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