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Pil, consumi e spesa pubblica al palo: spettro recessione al Sud

L’allarme Svimez: «Ultima spiaggia per il Meridione e per l’Italia»

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Adriano Giannola e Luca Bianchi
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C’è l’Europa, c’è l’Italia. E poi, molto più distante, c’è il Mezzogiorno. È questo ciò che le anticipazioni sul Rapporto Svimez 2019 definiscono «doppio divario». Una forbice tra il Pil del Sud e quello del Centro Nord che crea un Paese a due velocità, in cui comunque anche la locomotiva settentrionale stenta a mantenere il passo dei partner europei. 

Nel 2018, la media di crescita del prodotto interno lordo fra i 28 Paesi Ue (Gran Bretagna compresa) è stato di due punti. L’Italia si è fermata a +0,9, dato su cui si è attestato anche il Centro-Nord. Anche il Sud è cresciuto, ma di un ben più modesto 0,6%. Sono dati per cui, sostiene il presidente dello Svimez Adriano Giannola, «nessuno dovrebbe festeggiare». 

Il pil italiano è fermo ancora ai livelli pre-crisi, ed è l’unico nel vecchio continente, se non si tiene conto della Grecia. Il saldo fra i numeri del 2008 e quelli del 2018 è impietoso: al Paese nel suo complesso mancano ancora 4,3 punti per mettersi in pari. Se si disaggrega il dato la fotografia è più nitida: il Centro-Nord un -2,4% sul Pil del 2008, il Mezzogiorno un rumoroso -10,4.

 IL PREZZO PIÙ ALTO

Una distanza siderale che per un terzo degli italiani si traduce  in vite precarie, sacrifici, povertà: «L’austerità - spiega Giannola, introducendo il tema degli investimenti - l’ha pagata soprattutto il Mezzogiorno. Se tra il 2009 e il 2015 fosse stato rispettato il parametro del 34% (ndr: equivalente alla popolazione meridionale) della spesa per investimenti nel Sud, nelle aree meridionali ci sarebbero stati 300mila disoccupati in meno e la caduta del pil sarebbe stata inferiore di circa 5 punti percentuali».

Investimenti insufficienti e consumi stagnanti, ecco la ricetta della mancata ripresa. Le famiglie del mezzogiorno hanno tirato e continuano a tirare la cinghia. I consumi nel Mezzogiorno sono stabilmente ancorati 9 punti (+0,2% nell’anno appena trascorso) percentuali sotto ai livelli pre-crisi, il Centro Nord invece attualmente è a +0,7% (+0,7% a fine 2018) rispetto al dato del 2008. Un dato che comunque non fa male soltanto al Mezzogiorno: se il Sud smette di comprare, il Centro Nord smette di incassare e l’economia rallenta. 

E in quest’ottica si stenta a comprendere la ratio con cui avviene la distribuzione della spesa delle amministrazioni centrali: per il terzo anno consecutivo, cresce quella destinata al CentroNord e cala quella per il Sud. Negli ultimi quattro anni il trend vede un Mezzogiorno che indietreggia del 2,3% e un Centro Nord che guadagna l’1,5%. 

SPESA PUBBLICA IN CALO

 Parliamo di un settore quello degli investimenti privati, che negli ultimi tre anni  «aveva più che compensato il crollo degli investimenti pubblici». 

Per avere di quanto lo Stato investe nelle due metà del Paese basta snocciolare un paio di dati: secondo le stime Svimez  nel 2018 sono stati investiti nel Mezzogiorno 102 euro procapite, contro i 278 euro destinati al centro Nord. Per avere un’idea, nel 1970 erano rispettivamente 677 euro e 452 euro procapite. 

Fin qui i dati sul passato. Per il futuro le previsioni non sono rosee. Non lo sono per l’Italia che, secondo le stime Svimez chiuderà il 2019 con un modestissimo incremento del pil (0,1%). Anche in questo caso, però, il dato aggregato confonde. Il Paese, tutto, sarà in sostanziale stagnazione (0,1%, 0,3% al Centro Nord) mentre il Mezzogiorno entrerà in recessione registrando un -0,3%). Un leggero miglioramento (0,4% al Sud, +0,9 al Nord) è previsto per il 2020. Svimez stima che il reddito di cittadinanza avrà un effetto positivo pari a circa 0,3 punti percentuali. Effetto che però potrebbe essere spazzato via dallo scatto delle clausola di salvaguardia, per sterilizzare le quali il governo dovrà trovare la bellezza di 23 miliardi nel solo 2020. 

UN DIBATTITO SURREALE

È in questa Italia tagliata a metà che l’autonomia, almeno fino a poche settimane fa, era all’ordine del giorno. Un dibattito «surreale», così lo definisce Giannola: «Bisogna ragionare in modo cooperativo altrimenti in futuro affronteremo problemi gravi». 

Insiste il presidente Svimez: «Il problema è unico, serve una politica sensata. Certi atteggiamenti di arroganza sono un sottile segnale di disperazione. Penso alle grandi regioni del Nord: vogliono trasformare in confederale un sistema che non ha mai conosciuto neanche il federalismo»

Ci si salva tutti insieme, sembra essere il leit motiv attorno al quale si articola l’intervento di Giannola: «Non stanno aumentando solo i divari tra centro Nord e Mezzogiorno, ma anche fra Nord ed Europa. Quella attuale non è solo l’ultima spiaggia per il Sud ma per l’intero Paese»

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