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Le questioni aperte: Investimenti, scuola, sanità, trasporti, quello che il Sud si aspetta dal Governo

Il Governo cambia, ma i problemi restano. Tutti i nodi che Palazzo Chigi dovrà affrontare per segnare una “discontinuità”

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Il giuramento del presidente Giuseppe Conte
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«Sono per un’autonomia non pasticciata e per l’attuazione del principio di sussidiarietà. Le regioni non possono essere piccoli Stati». Sono parole dell’attuale ministro per gli affari regionali e le Autonomia, Francesco Boccia, rilasciate a questo giornale quando il suo partito era ancora all’opposizione. Il Partito democratico, su iniziativa dello stesso Boccia, ha presentato alla Camera un’interpellanza parlamentare al governo, nata dalle inchieste pubblicate dal Quotidiano del Sud. Quell’interpellanza oggi, con il nuovo governo in carica, potrebbe essere la base da cui fare partire una nuova politica per il Mezzzogiorno.

«Si deve pretendere una perequazione rispetto al passato. Il ritardo del Sud è il risultato dei 20 anni che abbiamo alle spalle», aveva sottolineato Boccia da  queste colonne lo scorso 29 giugno. Il riferimento era allo scippo ai danni del Mezzogiorno, documentato dal Quotidiano del Sud. È questa la cifra che ogni anno viene sottratta alle regioni meridionali per essere dirottata verso quelle del Centro-Nord. Nel silenzio-assenso generale. Anzi, la leggenda nazionalpopolare vuole che la spesa pubblica sia a tutto vantaggio del Mezzogiorno, da sempre considerato icona e destinatario dell’assistenzialismo più sfrenato. Questa convinzione nasce da un calcolo del tutto parziale. 

La spesa delle amministrazioni centrali, unico parametro tenuto in considerazione, vale appena il 22,5% del totale. Per avere un dato veritiero, bisogna calcolare anche il restante 77,5%, vale a dire le risorse elargite da altri enti come regioni, province, comunità montane, partecipate, società a controllo statale e molti altri, la cosiddetta spesa pubblica allargata. La Svimez lo ha fatto, sulla base dei dai forniti dai Conti pubblici territoriali. Il risultato è un furto da 62 miliardi. Il Sud, con una popolazione del 34,3%, riceve appena il 27,3%. Sei punti di scarto che vanno al Centro-Nord. 

BINARIO MORTO

L’impatto di questo travaso di risorse è tangibile. Quello dei trasporti è un capitolo impietoso. L’86,7% della rete per l’alta velocità si sviluppa al centro Nord, al Mezzogiorno va il restante 13,3%. Dal 2007 al 2017 la spesa in conto capitale delle Ferrovie dello Stato è rimasta mediamente intorno al 20%, ben distante da quel 34% che al Sud spetterebbe in base alla popolazione e ancor più lontano dalla soglia obiettivo del 45%, indicata da Carlo Azeglio Ciampi a metà anni Novanta. Un tiro che Fs è stata costretta a correggere, almeno parzialmente, destinando al Sud il 34,7% degli investimenti nel 2016 e e il 29,1 nel 2017.

INFANZIA NEGATA

 E che dire degli asili nido? Grazie al trucchetto della spesa storica, secondo la quale si riceve per un dato servizio al massimo quanto si è speso nell’anno precedente, gli asili (da garantire

al 33% dei bambini fra o e 2 anni secondo l’Ue), nel Mezzogiorno sono ridotti all’osso. A Casoria e Altamura, dove vivono rispettivamente 2.200 e 3.500 bimbi in età da nido, la spesa è pari a zero.

Arranca anche la spesa destinata alla salute dei cittadini del Sud. Un problema che da martedì è nelle mani di Roberto Speranza, neoministro lucano, eletto con LeU. È la stessa Corte dei conti a certificare il trattamento che il Fondo sanitario nazionale riserva alle regioni del Nord e a quelle del Sud. Se per la Liguria ci sono 1.868 euro pro capite e per il Piemonte 1.802, la Calabria ne vede appena 1.742. 

E va ancora peggio a Puglia e Campania, rispettivamente 1.740 e 1.704 euro pro capite. Figli e figliastri, insomma, nonostante in alcuni casi si parli di regioni con un numero di abitanti quasi sovrapponibile. Nel 2019, per esempio, la quota del Ssn riservata alla Puglia è stata di 7 miliardi e 362 milioni, contro gli 8 miliardi e 259 milioni riservati all’Emilia Romagna. Negli ultimi 13 anni il gap di risorse fra le due regioni è arrivato a toccare la cifra monstre di 13 miliardi.

INVESTIMENTI A PICCO

In compenso si è ridotta, e parecchio, la spesa per interventi nazionali destinati allo sviluppo del Mezzogiorno. La relazione Conti pubblici territoriali 2017, alla cui stesura ha partecipato l’Agenzia per la Coesione, racconta come, decennio dopo decennio, gli interventi a favore del Sud si siano diradati fino a valere oggi un misero 0,15% del prodotto interno lordo nazionale. I numeri tirati fuori dai Cpt si riferiscono alle risorse del Fondo aree depresse, trasformatosi negli anni prima in Fondo aree sottoutilizzate e successivamente in Fondo sviluppo e coesione. Se nell’immediato dopoguerra, 1951-1960, la spesa per investimenti tocca lo 0,68% del pil; se tra il 1971 e il 1980 raggiunge addirittura il picco dello 0,85%, negli anni successivi la tendenza è andata pericolosamente invertendosi. Negli anni Ottanta (1981 - 1990) gli investimenti crollano allo 0,59% del pil, nei dieci anni successivi scendono allo 0,33%. Quasi un miraggio rispetto allo 0,15% raggiunto nei quattro anni intercorsi fra il 2011 e il 2015. 

Sanità, investimenti, trasporti, scuola. Solo su questo si potrà giudicare se quello appena insediatosi a palazzo Chigi è un governo di “discontinuità” (parole di Nicola Zingaretti) o solo del tirare a campare. 

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