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Il mantenimento in funzione dell’altoforno dell’Ilva obbliga il Paese a darsi una prospettiva industriale che vada ben oltre i problemi, seppure gravissimi, di una vertenza, che assume oggi la dimensione di una sfida per il futuro di tutti noi.

Certamente l’Italia, come del resto la maggior parte dei Paesi già industrializzati, ha vissuto gli anni della globalizzazione in maniera schizofrenica. Una parte del Paese, importante ma limitata ad alcune aree del nord e ad alcuni leader isolati del Sud, è riuscita ad agganciare una domanda mondiale, in particolare dai Paesi in rapido sviluppo, che richiedeva macchine, soluzioni industriali, esperienze di crescita di piccole imprese produttive.

In altre parole è riuscita a “rivendere” la propria storia in cui imprese di piccole dimensione ma fortemente specializzate sono riuscite a crescere a livello mondiale offrendo soluzioni personalizzate ai nuovi giganti dell’estremo oriente e dell’estremo occidente, dalla Cina alla California.

IL VERO OBIETTIVO

Il resto del Paese è rimasto fermo e quindi, in una fase di forte movimento, è tornato indietro.

Quale allora l’obiettivo da perseguire come Paese in questa fase di così confusa incertezza? La risposta è chiara: ricostruire, o almeno ricomporre, il Sistema-Paese come pezzo rilevante, non accessorio o subalterno, di un Sistema-Europa.

Oggi che anche il gigante tedesco sta misurando la fragilità senile del suo apparato produttivo, si apre uno spazio di progettualità che, partendo dal Sud Europa, possa coinvolgere tutta l’Unione.

E quindi c’è bisogno di pensare a un piano di lungo respiro di infrastrutture, cioè di investimenti che abbiano il compito di sorreggere in una prospettiva almeno europea lo sviluppo di apparati produttivi anche di piccola dimensione e, nel contempo, di rilanciare una vitalità delle comunità locali, anche quelle periferiche, per aprire loro un mondo che nonostante tutto ha – come ha detto il presidente Mattarella – grande voglia di Italia.

IL RIASSETTO

Nel futuro a noi prossimo abbiamo grandi temi che diventeranno anche opportunità per lo sviluppo, in una fase in cui tutti parlano di sostenibilità ambientale come grande obiettivo per l’Europa e il mondo.

Il Paese ha bisogno innanzitutto di un piano di riassetto idrogeologico. Questo richiede competenze sia pubbliche che private che insieme prevedano grandi e piccoli di interventi per la messa in sicurezza dei diversi territori, delle città, dei corsi d’acqua, della montagna. Possiamo lanciare un piano che coinvolga le università, le istituzioni, ma anche le imprese, a partire da quel settore delle costruzioni che ha conosciuto anni di crisi anche per aver perseguito per anni un modello di urbanizzazione ormai defunto. Un progetto da sperimentare in Italia ma che poi deve essere esteso a tutti i Paesi europei e quindi possa guidare il riposizionamento europeo su tecnologie, che diventeranno sempre più necessarie.

Il Piano della Presidente della commissione Europea Von der Leyen è tutto centrato su questo tema dello Sviluppo sostenibile e i prossimi fondi europei saranno orientati principalmente su due obiettivi: uno è certamente questo, rendere sostenibile il territorio in cui viviamo.
Se – anziché disperdere i fondi europei in mille rivoli – li concentrassimo su questo grande piano in cui coinvolgere pubblici e privati avremmo trovato una chiave per lo sviluppo anche delle aree più marginali.

IL DIGITALE

L’altro tema prioritario per la prossima stagione europea sarà la rivoluzione digitale.

In questo ambito le nuove infrastrutture che presidiano ogni futuro sviluppo si chiamano big data e intelligenza artificiale. Non vi sarà ambito della vita collettiva e individuale, così come nessuna attività produttiva e di servizio, che non vivrà di dati e di modalità di gestione dei dati.
L’Unione europea ha appena investito in Italia sui big data ponendo a Bologna un supercalcolatore che dal 2021 dovrà servire tutto il Mediterraneo e il Mezzogiorno d’Italia. Questo si unirà sempre a Bologna al Centro dati della Agenzia europea per le previsioni climatiche che, lasciata la Gran Bretagna, giungerà in Italia l’anno prossimo.

A questa infrastruttura di base, che pone in Italia la maggiore capacità di supercalcolo d’Europa, bisogna però costruire nel nostro Mezzogiorno dei poli di aggregazione delle competenze che, in collegamento con il centro europeo Big Data, possa creare un sistema nazionale di supercalcolo al servizio di un nuovo sviluppo del Paese e di tutto il Mediterraneo.

Ad esempio abbiamo bisogno di aggregare le nostre competenze scientifiche e le nostre capacità operative sulle tematiche dei disastri naturali o dell’inquinamento dei suoli e dell’aria, o dello sviluppo delle reti e delle piattaforme per la valorizzazione del patrimonio ambientale e un turismo intelligente e ad alto valore aggiunto, portando queste tecnologie a disposizione anche di reti di piccole imprese locali.

IL COINVOLGIMENTO

Anche qui bisogna coinvolgere le università, le istituzioni e le imprese in un progetto coerente per l’intero Paese che non disperda i fondi europei della prossima programmazione 2021-2027, ma riesca ad aggregare le forze di una nuova economia proprio su quei temi che stanno ormai divenendo cruciali in tutto il mondo.

Sono tutti temi, questi, che richiedono non solo delle competenze di ricerca, esperienza industriale, ma soprattutto quella capacità tutta italiana di dare risposte personalizzate alle diverse domande che sorgeranno in futuro.

Abbiamo pochi mesi di fronte a noi per costruire un Piano nazionale di ricomposizione del Paese, che utilizzi appieno i fondi europei e che ponga in campo tutte le nostre forze pubbliche e private, in una nuova economia di mercato, che però abbia in sé quei caratteri di sostenibilità umana, che diviene il vero obiettivo del nostro agire.

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