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La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen

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Il divario nord-sud aumenta ancora. In un anno, le disparità regionali in Italia sono cresciute ancora. È la Commissione europea a constatare, una volta di più, le tante promesse mancate sul Mezzogiorno e i tanti interventi mancati nel Mezzogiorno. Il rapporto per Paese pubblicato dall’esecutivo comunitario, come esercizio dovuto nel percorso di coordinamento delle politiche economiche, non dà scampo. «Il divario si allarga».

IL GAP SI AMPLIA

Una prima analisi generale contenuta nel rapporto Ue evidenzia che la ripresa parziale del triennio 2015-2017 «non ha ridotto l’elevato livello di disparità regionali». Successivamente, nel 2018 la crescita è stata lenta e le disparità regionali tra le regioni settentrionali e meridionali «si sono nuovamente ampliate». Di conseguenza, le regioni meridionali continuano a rimanere sostanzialmente indietro, sempre di più, nei confronti del Paese e del resto d’Europa. Anche perché le amministrazioni, centrale e locali, non sembrano essere molto propositive.

Negli ultimi dieci anni è mancata la spesa pubblica. Tra il 2008 e il 2018, si legge nel documento dell’esecutivo comunitario, la spesa pubblica è aumentata nel Centro-Nord (+1,4%) ed è «diminuita in modo significativo» al Sud (-8,6%).

Solo tra il 2017 e il 2018 gli investimenti pubblici sono diminuiti di 0,8 punti percentuali, scendendo dal 2,9% del Pil al 2,1% del Pil, «principalmente a causa di una diminuzione degli investimenti a livello locale, in particolare nelle Regioni meno sviluppate». Naturale, dunque, che il divario, invece di ridursi, cresca.

LE RESPONSABILITÀ

A Bruxelles rilevano che il problema dell’Italia è lo stesso da anni. I generosi contributi comunitari (l’Italia è il secondo Paese per fondi di coesione tra il 2014 e il 2020) non sono accompagnati da sforzi nazionali.
Si ritiene che le autorità nazionali abbiano ormai sposato la linea linea per cui è la sola Europa a farsi carico del Sud. E poi, si fa notare in Commissione, il piano nazionale “Impresa 4.0” è aperto a tutte le Regioni, ma è anche vero che le Regioni del Mezzogiorno «ne beneficiano meno», e tutto per scarsa qualità della politica locale.

Il giudizio della Commissione finisce per inchiodare anche gli amministratori regionali alle proprie responsabilità. «Gli investimenti nel Sud sono particolarmente limitati da una frammentazione di iniziative, il basso livello di capacità tecnica delle amministrazioni locali, responsabilità sovrapposte, monitoraggio debole e attuazione ritardata del progetto, mancanza di un approccio orientato ai risultati».

Un dato su tutti colpisce, tra quelli presenti nel rapporto di 90 pagine: per ottenere i permessi edilizi le piccole e medie imprese devono aspettare 100 giorni a Milano e 320 giorni a Reggio Calabria. È assolutamente comprensibile, quindi, che si preferisca avviare un’impresa al nord.

Altro dato che spiega il paradosso sud, quello relativo all’energia eolica: Sicilia e Campania, che rappresentano il 18,3% e il 14,2% della produzione totale, sono rispettivamente la seconda e la terza regione italiana per capacità installata. Ciononostante la catena del valore energetica locale nel sud «non è ben sviluppata, poiché la tecnologia e la maggior parte delle aziende provengono da altre parti d’Italia o d’Europa», e alla fine il nord finisce per scippare il sud.

IL DISINTERESSE

Accanto a una politica locale poco attenta e poco abile, c’è poi un governo centrale che sembra quasi disinteressato al Mezzogiorno. «Le politiche nazionali per promuovere la ricerca e l’innovazione tendono a beneficiare il Nord», rileva ancora la Commissione europea. Questo amplia anche il divario tecnologico e innovativo.

Buone notizie da Bruxelles arrivano tramite Paolo Gentiloni. Il commissario per l’Economia assicura che l’emergenza Coronavirus sarà considerata nelle dovute maniere. «Anche l’Italia avrà conseguenze economiche, e nel nostro patto di stabilità e crescita sono previste delle clausole per circostanze eccezionali» che evitano di conteggiare come debito e deficit spese sostenute per far fronte alle emergenze.
«L’abbiamo già applicata per il terremoto, e il Coronavirus può essere l’ipotesi tipica di circostanza eccezionale». Una buona notizia, che però non cancella il problema del sud.

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