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IL LUNEDI nero della Borsa italiana ha tolto ogni speranza, a chi ancora si illudeva che questa crisi fosse una sospensione della vita collettiva, che una volta passata non avrebbe lasciato segni sul corpo già martoriato dell’economia italiana. Ma evidentemente era un’illusione che ha lasciato sul campo, nel solo secondo weekend di marzo, almeno il 10% dei risparmi degli italiani e lo sconcerto totale in tutti coloro che gestiscono attività economiche. D’altra parte di fronte ai decreti notturni, senza alcuna indicazione su come uscire da questa crisi, tutti si comportano al peggio, disinvestono e mettono i soldi sotto il materasso in attesa di avere un barlume di orientamento.

Il rischio è quello che la buon anima di Keynes chiamava “Trappola della liquidità”, cioè i soldi ci sono ma per paura non circolano e come l’acqua stagnante imputridiscono.

SEGNALI AL MERCATO

Si tratta allora di dare segnali al mercato che esiste una luce in fondo al tunnel, che non vuol dire raccontare balle al popolo, ma dimostrare che lo Stato esiste e che siamo in grado di fronteggiare non solo questa emergenza sanitaria, ma soprattutto questa emergenza economica, che rischia di lasciare sul campo molte più vittime del morbo cinese.

Il paradosso, in verità solo apparente, è che i soldi ci sono, al punto che la vera emergenza è legata al rischio della trappola della liquidità prima descritta ed è qui che bisogna inventarsi strumenti finanziari per convogliare queste risorse verso fini produttivi. Che sia la Banca europea degli investimenti, che sia il Fondo Salva Stati, che siano Eurobond, che sia uno dei mille strumenti inventati a Bruxelles per raccogliere queste risorse, ciò che conta è che rapidamente questa liquidità venga riposta in gioco proponendo un grande piano di investimenti sulla sostenibilità e sicurezza del Continente.

Un grande piano europeo di investimenti, che dia senso tangibile a quanto la flebile signora von der Leyen va sussurrando da tempo: mille miliardi per garantire la sostenibilità ambientale, economica e sociale della Vecchia Europa. Avevamo delineato questa prospettiva già prima del Coronavirus, ritenendo che fosse necessario un intervento di grandi dimensioni europee per affrontare una situazione economica che agli osservatori attenti sembrava già in veloce rallentamento in tutta l’Unione e che aveva colpito in particolare la stessa Germania, il motore europeo che stava battendo in testa da tempo. Il Coronavirus sta agendo solo da moltiplicatore di situazioni già critiche, che siamo costretti ad affrontare ora in preda al panico portato dalla nuova peste. E allora bisogna affrontarle subito quelle sfide epocali, che erano già presenti e che abbiamo spinto sotto il tappeto per troppo tempo.

IL SALTO TECNOLOGICO

Questa globalizzazione va ripensata, riportando al centro quelle regole fra Paesi che possono garantire la gestione comune dei grandi temi planetari, come la presentissima vicenda del virus cinese, che ha preso necessariamente tutti gli spazi televisivi, e come l’emergenza climatica, scomparsa dai nostri schermi al punto che neppure la piccola Greta fa più audience. I G20, G7, Gqualcosa sono scomparsi, come pure latitanti sono le grandi istituzioni internazionali, mentre la stessa Unione europea fatica ad assumere il comando delle operazioni, essendo sempre forte la tentazione da parte dei membri del Nord, ma anche di larga parte della burocrazia bruxellese di derubricare le vicende spinose come «robe da italiani», o da greci, o al massimo da spagnoli, insomma da Pigs, come con delicato acronimo sono indicati Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, quindi l’intera frontiera sud dell’Unione.

Un grande piano di investimenti riguarda non solo le necessarie infrastrutture pesanti di comunicazione, ma sempre più le infrastrutture intelligenti che riguardano la salute dei cittadini, la loro educazione, la loro vita collettiva e, soprattutto, la ricerca e l’innovazione. Questa crisi del Coronavirus comporterà un salto tecnologico nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione telematici, nella diffusione sistematica di nuovi comportamenti di consumo, di nuove esigenze di tutela della salute e dell’ambiente, che dovrà essere sostenuto da massicci investimenti pubblici e privati di infrastrutturazione, che infine potrebbero anche rivelarsi il modo, certo cruento e forse doloroso, per spingere l’Europa a recuperare quel gap che il Vecchio Continente presenta nei confronti degli Stati Uniti e della Cina. Stiamo scoprendo, tra l’altro, che troppi componenti elettronici fondamentali, fino a molti principi attivi farmaceutici, come il paracetamolo, non si producono più in Europa, creando una dipendenza che ci indebolisce oltre ogni sopportazione.

È tempo che il governo, o ciò che ne resta, accanto alla necessaria, ma non più sufficiente comunicazione sullo stato di avanzamento del morbo, ci informi anche sulla strategia di uscita dalla crisi, perché è nel massimo dell’emergenza che bisogna predisporre gli orientamenti sul come uscirne, affinché i risparmiatori riprendano a investire e quindi ad andare oltre l’idea pericolosissima che l’emergenza sia la nuova quotidianità.

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