Controlli per evitare la circolazione della gente

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
Tempo di lettura 4 Minuti

Il nostro ambiente quotidiano è costituito da spazi differenti. Non ci sentiamo a casa unicamente tra le mura domestiche, ma pure in quei luoghi che sono per noi familiari. Il nostro spazio non si limita alle nostre stanze, ma si estende alla città che abitiamo in modo personale. Impariamo a conoscere un posto nella sua tipicità, ne conosciamo i tempi di vita e sappiamo orientarci al suo interno.

Siamo abituati al nostro tenore di vita e le nostre città sono globalmente casa nostra. Se il mondo esterno ci offre le sue forme, noi le riempiamo con la memoria. Sentiamo familiari i paesaggi che siamo in grado di associare ad un nostro vissuto, così che il ricordo si innesta nello spazio, quando la memoria lo abita. E se la nostalgia vive abitualmente di sfondo, passa in primo piano quando ci viene negata la libertà di spostarci.

Con la quarantena, non potendo più incontrarci al di fuori, ci facciamo compagnia dei telefoni o attraverso i computer, stando in comune ma a distanza, portando nelle nostre case quella vita che non si può svolgere al di fuori. In quarantena, lo spazio è diventato virtuale e non solo perché è l’ausilio del digitale a consentirci un contatto col fuori. In queste settimane abbiamo razionalmente accettato che lo Stato ci impedisse di uscire di casa e così le nostre città, che sono il nostro spazio, si sono trasformate di conseguenza.

Un morbo simile non attacca solo il corpo ma infetta vari livelli di stare al mondo. Se il Nord Italia, nonostante l’impressionante numero di vittime e contagi, non rinuncia totalmente al proprio tenore di vita, al Sud le cose vanno in modo diverso. Il meridione, che viene abitualmente raccontato come il centro della confusione e della vita in comune (e solitamente questo assume una connotazione positiva o meno a seconda dell’interlocutore) non sembra più lo stesso. 

Al momento la Campania è una delle regioni che più di altre sono sottoposte a regole di condotta particolarmente ferree. Il capoluogo partenopeo, negli ultimi tempi, non ha nulla della Napoli di sempre.

Da quando è scoppiata l’emergenza sanitaria la Regione ha attuato una serie di restrizioni ben più rigorose di quelle applicate su territorio nazionale, volendo procedere per una linea di condotta senza mezze misure. Provvedimenti straordinari volti a contenere un possibile disastro e che si stanno dimostrando validi, nonostante siano particolarmente pesanti.

Nonostante ciò, anche in Campania – come nel resto d’Italia – si sono verificati casi di cittadini che hanno commesso scorrettezze e hanno agito contrariamente a quanto emanato con l’ordinanza della Regione. Solo che in Campania, nelle zone in cui questo si è verificato, è arrivato l’esercito. Dalla città della spensieratezza alla militarizzazione delle strade.

Così, dove c’era vita chiassosa per un po’ ci sarà silenzio. Se ci si aspettava che la popolazione non sopportasse tali misure, la maggior parte dei cittadini a malincuore si è resa conto della necessità di tali restrizioni. L’obiettivo principale rimane quello di contenere i contagi, di fare in modo che la situazione sia sotto controllo. Non è un segreto che lo stato della sanità pubblica qui appaia più precario che nelle zone settentrionali e non si può ignorare il pericolo che costituirebbe un dilagare incontrollato del morbo in una regione che non ha i mezzi sufficienti per contrastarlo. Così ci si è adeguati. 

La città è spenta ed i suoi abitanti sono fissi, così che l’una e gli altri non si riconoscono più. Questo virus ha messo  ciascuno nella terribile posizione in cui per troppo tempo abbiamo messo gli altri, profughi, immigrati, appestati, esseri umani dai quali tenersi lontani. Adesso in quarantena ci siamo noi e la paura e l’isolamento sono solo una parte del processo in cui siamo inseriti come esseri umani e come comunità. Eppure, proprio perché una città è fatta di tante cose, i cittadini si sono adattati. Ricostruire il proprio spazio è difficile, anche se solo per qualche tempo. Vivere una situazione d’emergenza significa anche imparare a restare a galla sul punto del collasso.

Ultimamente la sera si sente musica provenire dalle case degli altri. Non ci si lamenta più della confusione, che adesso quasi manca, ma piuttosto si fa un sorriso, con un po’ di amarezza. Si è contenti se qualcuno si affaccia al balcone per suonare una melodia che possa interrompere questo assordante silenzio.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA