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CON un sei di quadri incastonato in una scala lunga come una fisarmonica e un tris di regine con tanto di “pinella” in mezzo, la signora Rita, titolare dello storico albergo “Bella Napoli” nel centro storico di Foggia, conclude la sua mano giornaliera di burraco. L’avversario è stracciato. Distanziato di mille punti. Il suo dolce ghigno ironico le dà visibilmente soddisfazione, le incornicia il volto. Un sorriso simile a quelli che ancora riesce a sprigionare quando un cliente cade nelle sue diaboliche tentazioni culinarie: tazze di crema appena sfornata, parmigiane, gateau di patate, orecchiette fatte in casa, carbonare “meglio di quelle romane”.

Un modo di fare argine intorno alla propria identità affettiva e professionale in giorni di smarrimento da coronavirus, quando il banchetto dei dolci e delle crostate, fornelli, bollitori e batterie di pentole languono come muti osservatori di qualcosa di irreale e paralizzante. Le stanze super accessoriate del suo bed and breakfast sono vuote per ora. Come ospiti ci sono solo un elicotterista del Tagikistan che sta finendo un corso alla locale Alidaunia per guidare gli aerei, e il sottoscritto.

«Abbiamo avuto il 70-80% delle disdette – rincara il figlio, Gianluca De Rienzo, amministratore della struttura –, una perdita di almeno mille euro al giorno; tanti viaggiatori che dovevano arrivare, professori dalla Germania per progetti didattici con i licei della città, operai e funzionari di grosse aziende territoriali con le quali abbiamo da anni delle importanti convenzioni. Un vero sfracello da cui sarà difficile riemergere per ricominciare. Lo dico per la mia attività, ma in generale per quel centinaio di piccoli hotel che sono nati a Foggia nel solo ultimo anno, visto che eravamo diventati uno snodo importante per l’offerta turistica, il polo industriale, il mondo universitario in forte crescita. Una stoccata che toglie il respiro. In che provvedimenti credere? Non sospensioni o slittamenti, ma cancellazioni complete di tasse e imposte, solo così potremmo non soccombere».

Economia, socialità, politica, e ora anche biologia, medicina, istinto di sopravvivenza in un unico mix postmoderno che può tingersi dei colori di una globalizzazione matura e multipolare, ma rivelarsi anche cappio che soffoca, e che fa pagare ai piccoli mondi distrettuali il dazio di piaghe troppo più grandi e impensabili. «Con il contagio del Covid-19 siamo al caos più totale, un disastro – rimarca senza giri di parole Giuseppe De Filippo, presidente del Consorzio di Bonifica della Capitanata, in una conversazione telefonica –. Guardiamo con apprensione alla nostra filiera agro-alimentare, alle frontiere che si aprono e si chiudono in base alle reazioni all’infezione dei singoli governi, decidendo sulla partenza o l’immobilizzazione degli ordinativi di merce. Dalle nostre parti adesso siamo alla tempesta perfetta, perché proprio in questa stagione si annuncia una crisi idrica senza pari che toccherà i 500mila ettari del comparto agricolo, e che inciderà soprattutto su pomodori e grano duro. Prevediamo un calo del Pil provinciale di almeno 150 milioni di euro. Fra un paio di mesi potremmo essere allo stremo totale, non alla fame, di più».

Un virus che danza a Foggia con tanti spettri intorno, dunque: quelli dei mancati guadagni di tante piccole e medie imprese che si immaginano al crollo, quelli di migliaia di posti di lavoro a rischio a stretto giro, fantasmi come i quattro evasi, fra assassini ricettatori e rapinatori di portavalori, ancora da catturare dopo la rivolta al carcere di pochi giorni fa, piccole mummie anonime come i pochi passanti col volto rigorosamente bendato che attraversano una zona pedonalizzata deserta, sotto lo sguardo rigoroso delle forze dell’ordine ben più visibili e stringenti che mai.

Una Foggia che si ritrova al top regionale dei “positivi”, che scopre eventi inauditi e nuovi circuiti di solidarietà: donazioni di mascherine ai concittadini da parte di mecenati e celebrazioni di messe e preghiere via whatsapp e canali digitali (a Biccari), tablet in comodato d’uso nuovi di zecca elargiti dal Comune ai ragazzi delle medie per sopperire alla mancanza di lezioni (a Pietramontecorvino), raccolta fondi a scopi sanitari da parte di calciatori (a Cerignola), una processione senza corteo con il crocifisso portato dal parroco della Stella Maris in perfetta solitudine per le vie di un centro abbandonato da Dio e dagli uomini (a Manfredonia).

Fuochi di speranza, focolai di malattia, angoscia, sragione, nel catino di una cittadinanza costretta all’inermità, che anela certezze e un ritorno al quotidiano. «Abbiamo avuto turni massacranti, giorni di vero delirio, stress e adrenalina al massimo – mi dice la dottoressa Rosalba Manuppelli, titolare della farmacia di Bovino, a 40 chilometri da Foggia – fra una clientela che esce di casa anche con tosse, raffreddori, starnuti, mettendo a rischio la nostra salute e, mi duole dirlo, una fetta della popolazione, soprattutto quella anziana e giovanile, che solo negli ultimi giorni ha seguito con più costanza le direttive dei decreti restrittivi. Perché, sa, qui nei piccoli paesi dell’entroterra dauno vige sempre la vecchia regola del “finché arriva da noi” il tale problema…e invece oggi l’emergenza riguarda davvero tutti».

Analoga segnalazione di indifferenza e finta ordinarietà nelle parole dell’avvocato Pio di Leo, presidente provinciale della ConfConsumatori, che si sfoga: «La zona della stazione di Foggia, fra pendolari e immigrati, sta preoccupando molto gli abitanti, così come ci arrivano segnalazioni per tutto quello strato suburbano molto ben presente nelle aree limitrofe a Foggia, tipo Borgo Mezzanone, il Ghetto, il Cara, veri e propri agglomerati sovraffollati di gruppi Rom e lavoratori stranieri che, poverini, oltre allo sfruttamento come manovalanza nei campi, hanno difficoltà a non creare assembramenti o a rispettare pienamente, per le condizioni di vita in cui versano, ciò che il Governo legittimamente pretenderebbe da tutti».

Mappe di vita accatastate sotto standard e parametri “oggettivi” che mietono le diversità etniche, le singolarità psicologiche, in nome di un linguaggio solo statistico e clinico. Federico Croce, invece, è un commercialista noto a Foggia, che ha un figlio con un disturbo di tipo autistico. «Gli avvenimenti di questi ultimi giorni legati al coronavirus – mi dice accorato – sono stati per me e mia moglie un colpo basso. Se per una qualsiasi persona è dura stare giorni interi in casa, ancor di più lo è per un ragazzo iperattivo che dovrebbe essere coinvolto per la quasi totalità della giornata, per stancarsi e riuscire almeno a non creare problemi la notte. Stare tanto tempo senza impegnarsi in alcuna attività ricreativa o sportiva, come avveniva fino a qualche giorno fa, lo rende molto instabile ed eccitato negativamente. Nelle videolezioni che ora fa, è collegato con un insegnante di sostegno, ma non si capisce quale tipo di apporto questi potrebbe dare in tali condizioni, visto che peraltro parla con altri studenti. C’è bisogno allora di qualcuno a casa che lo segua e certamente in questa situazione di isolamento è impensabile chiedere aiuto, anche a pagamento, ad una figura esterna. La figura ideale a stargli vicino, essendo peraltro essa stessa un’insegnante, sarebbe dunque la mamma: ma come è possibile che possa riuscirci durante le ore di lezione se nelle stesse ore anche lei deve a sua volta fare lezione alle sue classi?». Coronavirus, corona di spine, coraggio che affonda.

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