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Il rilancio della Banca Popolare di Bari si fa sempre più complicato, il piano industriale dei commissari non convince e serpeggia nervosismo da più parti. Anche per questo i segretari generali dei sindacati del credito hanno deciso di scendere in campo direttamente per la trattativa sul piano di ristrutturazione della Popolare di Bari, a testimonianza della delicatezza del dossier. Anche i commissari straordinari dell’istituto, Blandini e Ajello, si sono evidentemente resi conto della difficoltà dell’impresa e hanno deciso di farsi affiancare dai tecnici dell’Abi. Giovedì è previsto un nuovo incontro con la partecipazione, secondo fonti sindacali, anche del presidente del Comitato Casl dell’Abi, Salvatore Poloni, protagonista di un rinnovo contrattuale per la categoria senza un’ora di sciopero. Il rischio di un fallimento della trattativa a Bari, con conseguenze drammatiche per il futuro della banca, spiega un partecipante alle prime riunioni del tavolo negoziale, è apparso evidente quando il commissario Blandini, al terzo incontro, ha abbandonato la riunione innervosito dalle contestazioni dei sindacalisti.

SEGRETARI IN CAMPO

La discesa in campo dei segretari generali e degli esperti delle relazioni industriali dell’Abi punta a riannodare i fili e a far trovare una bozza di soluzione prima di lasciare ai delegati aziendali la definizione vera e propria dell’accordo. Ieri c’è stato l’ennesimo incontro tra sindacati aziendali e commissari per l’accordo sugli Ecocert, gli estratti conto contributivi dei lavoratori, un tassello importante per definire la platea potenziale delle uscite volontarie. Il piano prevede il taglio di 900 addetti, un terzo del totale.

Altro che Banca del Sud, come aveva annunciato il premier Giuseppe Conte. Il piano industriale della nuova Banca Popolare di Bari, commissariata lo scorso dicembre per malagestione, il Mezzogiorno sembra volerlo cancellare dai suoi radar. Il progetto di “rilancio” dell’istituto di credito prevede tagli su tagli che travolgono non solo dipendenti e filiali della Bpb ma che finiscono per coinvolgere il tessuto economico e produttivo del Sud, basta dare un’occhiata ai numeri: Pop Bari vanta 600mila clienti in tutta Italia ma prevalentemente concentrati al Sud, 70mila soci e ben 100mila aziende, a quest’ultime fa riferimento il 60% degli impieghi, circa 6 miliardi di euro.

La Banca commissariata possiede quote significative di mercato, sia nella raccolta che negli impieghi, in Puglia, Basilicata, Abruzzo e Calabria, oltre il 10% del totale. In Basilicata Bpb ha il 26% del mercato, in Puglia il 9,7%, in Calabria il 10%. I commissari hanno annunciato la volontà di chiudere 94 delle 291 filiali: in Calabria verrebbero “soppressi” sei sedi su sette, in Abruzzo 39 su 97, in Campania 10 su 43, in Basilicata 7 su 33, in Puglia 12 su 76. Poi, nel Lazio 2 su 5, nelle Marche 9 su 17. In sostanza, Bpb sparisce dalla Calabria, dimessa la sua presenza in Abruzzo, perde una “postazione” su quattro in Campania. E la chiamano Banca del Mezzogiorno. Senza contare l’impatto anche dal punto di vista occupazionale: sono circa 900 gli esuberi previsti, 300 persone nelle direzioni generali e 600 della rete territoriale. Più che un piano di rilancio appare ai più come un programma di “svuotamento”.

TERRITORIO POVERO

Il rischio, all’orizzonte, è quello che la Banca Popolare di Bari perda il suo legame con il territorio, in Puglia come nel resto del Sud. Un colpo sotto la cintura per le piccole e medie imprese calabresi, pugliesi, campane, lucane. I sindacati hanno fatto sentire la loro voce, definendo “lacunoso e brutale”, del tutto “inaccettabile”, il piano di “riduzione del personale” illustrato dall’azienda con “chiusure di filiali e mobilità funzionale e territoriale tutto sotto la voce costo del personale”. “Numeri sconsiderati” che prevedono la “creazione di 6 aree territoriali con chiusura di tutti i distretti, ridefinizione delle figure professionali, rinnovato format delle filiali in centriche (grandi dimensioni), specialistiche (investimenti/imprese), di presidio (filiali light)”. Il piano dei tagli prevede una riduzione della presenza nelle regioni di insediamento, in quei territori dove gli imprenditori e risparmiatori hanno deciso di affidarsi ad un istituto a loro vicino. La Fabi, presente al tavolo del negoziato sul piano di ristrutturazione, ha presentato 20 richieste di chiarimento: tra queste quella di un documento di dettaglio del piano industriale che non sia solo “illustrativo di intenzioni o auspici” e la definizione della mission della banca.

LA NUOVA SPA

E poi c’è un’altra questione da non sottovalutare: la prossima Assemblea deve deliberare la trasformazione in Spa, altrimenti si rischia la liquidazione coatta amministrativa. Ad oggi, l’unico che sta rischiando è il Fidt che ha già stanziato 400 milioni e ne metterà altri 800. Solo dopo l’auspicata trasformazione, interverrà Mcc con Invitalia con ulteriori 400 milioni.

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