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Vladis Dombrovskis e Paolo Gentiloni

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Un insegnamento da non sottovalutare ma anche un regalo più grande di quanto potessimo aspettarci, quello dell’Unione all’Italia. Il recovery fund, che dà il 23% delle risorse a un Paese che ha il 14% della popolazione della Comunità è un saggio modo di affrontare le problematiche dei Paesi, che hanno avuto più difficoltà con la epidemia corona virus.

Ci saranno alcuni che riceveranno molto meno della loro contribuzione netta, come la Germania, altri molto di più. Generosità tedesca? O lungimiranza teutonica? La debacle di un Paese come l’Italia non era possibile anche per la ricca Europa. E qualunque cosa possano dire i cosiddetti paesi “Frugali”, in realtà tutto tranne che morigerati, considerato per esempio l’approccio alla fiscalità della ricca Olanda, come ben diceva ieri sul Corriere l’ex commissario alla concorrenza Monti, che di queste problematiche è molto esperto, è la strada maestra.

LA SCELTA PIÙ SAGGIA

In realtà l’Europa, nella sua articolazione e complessità, sta facendo la cosa più saggia per non scomparire. Aiutare chi è in difficoltà e sostenere mercati importanti per tutti. Un approccio opposto a quello che sta avendo il Paese nei confronti del proprio Sud. Che invece ha una dimensione demografica di gran lunga superiore a quella dell’Italia in Europa, quel 34 per cento di cui ormai si parla tanto, da diventare un totem irraggiungibile della spesa pubblica, sempre gridato e mai attuato.

Saranno le risorse messe in campo dalla comunità, alcune a fondo perduto, altre in forma di prestiti a lungo termine, destinate a precisi obiettivi senza vere condizionalitá. Lo scopo che si vuole raggiungere è di evitare che le problematiche riguardanti l’Italia possano trascinare l’Unione in una spirale recessiva, che farebbe molto più danno delle contribuzioni che i singoli Paesi, compreso il nostro, faranno, attingendo per la prima volta a una tassazione europea che pare debba avere anche lo scopo di indirizzare tutti verso uno sviluppo più green e plastic free. Nulla da dire.

Chapeaux a una nuova Europa federale, unica risposta ai modesti sovranismi di casa nostra, all’egoismo della piccola Austria, della Svezia e della Danimarca. Solo per citare i cosiddetti Paesi frugali che poi si divertono a diventare paradisi fiscali. La batosta del corona virus ha fatto rinsavire anche coloro che sono stati sempre molto rigoristi, come la Merkel.

PROGETTI INDEROGABILI

Quello che il virus non è riuscito invece a fare, sembrerebbe dalle prime mosse del nostro governo, è far mutare l’atteggiamento nei confronti del Sud. Far comprendere che dalla salvezza dello stivale passa il futuro di tutto il Paese. Anzi, sembra che l’atteggiamento sia proprio l’opposto e sempre lo stesso. Quello di puntare su una locomotiva che perde vagoni e velocità e che rischia di non arrivare mai al traguardo o, nella migliore delle ipotesi, arrivarci dopo aver perso tutti i vagoni con il carico di persone e di produzione relative.

La commissione Colao farebbe bene a individuare le vere priorità del Paese: ma tra queste non dovrebbe dimenticare per il Mezzogiorno l’infrastrutturazione, l’industrializzazione e uno sviluppo turistico adeguato. Progetti tra loro collegati sui quali investire la maggior parte delle risorse disponibili. Con le condizionalità che servono, come quelle dei tempi di spesa e di realizzazione dei progetti e le forme di commissariamento che si rendessero necessari nei confronti delle Regioni, che ovviamente scalpiterebbero, ma che consentirebbe di superare le resistenze delle classi dominanti estrattive meridionali, che invece vogliono che le risorse siano destinate ai loro protetti piuttosto che allo sviluppo.

Quindi completamento dell’alta velocità vera, non la presa in giro di Italo, che consenta di percorrere lo stivale in tempi europei, da Milano a Palermo/ Augusta e che faccia andare a regime la portualità, che va da Augusta a Catania, da Palermo a Gioia Tauro, da Taranto a Bari, sfruttando quella vocazione mediterranea alla quale il Paese non ha mai veramente creduto.

ZES E TURISMO

L’altro elemento sul quale puntare dovrebbero essere le Zes, che potrebbero attrarre nuovi investimenti dall’estero, ma anche dal resto del Paese. in un’ottica di delocalizzazione virtuosa, dalle zone più affollate e anche inquinate. Gli strumenti per accelerare un tale progetto ci sono e ci sono certamente le risorse disponibili, in termini di aiuti che potrebbero facilitare il processo, come una fiscalità di vantaggio che potrebbe convincere anche i più radicati in territori che ormai hanno dato tutto quello che potevano. E che rischiano di implodere, come si è visto nell’occasione della tragica epidemia.

Ma l’altro assist del quale il Paese non può fare a meno è lo sfruttamento del giacimento infinito che può essere rappresentato dal turismo, sopratutto da Napoli in giù. Dovrebbe avere il Paese l’obiettivo di raddoppiare il numero delle presenze nei prossimi cinque anni in tali aree. Parleremmo di 160 milioni di presenze, nemmeno una mission impossible. Un obiettivo che, certamente, prevede un impegno non indifferente in termini di attrazione di investimenti delle catene alberghiere internazionali e della creazione di oasi intensive per rilanciare sopratutto Puglia, Calabria e Sicilia, già incamminate verso uno sviluppo interessante, ma con un passo che va accelerato.

Sarà capace l’Italietta delle autonomie differenziate a pensare in grande, come ha fatto l’Europa, o si limiterà a incassare quello che può senza cambiare visione? Speriamo che il virus riesca a fare il miracolo. Sembra invece che, sia per quanto attiene alle risorse che alle policy, si voglia continuare quel gioco a risultato zero che prevede che una parte non giochi la partita. E stia sulla panchina a guardare mentre la squadra dei titolari perde la sua competizione nei confronti dell’Europa. La lezione che viene dall’accordo Germania-Francia, proposto ieri dalla commissione ai 27 è di quelle che dovrebbero lasciare il segno. Vediamo se siamo in condizione di imparare o abbiamo smesso qualunque capacità di apprendimento.

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