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Il giro d’Italia del ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia prevede solo tornanti e salite, roba da scalatori. Al Nord per rassicurare i governatori che non menerà il can per l’aia, che una forma più estesa e moderna di autonomia ci sarà, anche se non sarà quella che chiedono loro. Al Sud, che di promesse ne ha collezionate una infinità, Boccia ci andrà per garantire che il nuovo governo sarà di parola. Che ci saranno più risorse e più investimenti.   E sarà un’altra salitona, perché ormai la diffidenza è tanta. Dopo aver incontrato i primi 5 governatori, tra i quali i due irriducibili Zaia e Fontana, venerdì prossimo il ministro farà tappa a Napoli.

Prima al Nord e poi al Sud, ministro?

«Sono partito dalle regioni che erano nelle fasi più avanzate della loro richiesta di autonomia, a partire da Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna, è chiaro che ogni regione ha esigenze diverse nel rapporto con il governo. Entro la metà di novembre avrò incontrato tutti».

Prima impressione?

«Finora ho incontrato una grande disponibilità da parte di tutti. Mi ha colpito il numero delle leggi regionali impugnate. Sto parlando di una media di 100/120 leggi ogni anno sulle circa 800/900 varate dai consigli regionali. Mi sembra una patologia seria. Ogni legge che viene impugnata per un presunto difetto di costituzionalità è un fallimento. Per i cittadini è una sconfitta. Spesso accade per mancanza di rigore amministrativo o perché non si riesce a trovare un accordo politico e si fanno pasticci».

Una legge impugnata vuol dire altri passaggi, eventuali ricorsi, lungaggini, altro tempo che si perde, ecc, ecc.

«Certo, un interminabile stop and go, per questo vorremmo intervenire, trattare i principi di legittimità in modo preventivo».

Non pensa ministro che siano maturi i tempi per una riflessione su questo regionalismo all’italiana che finora ha aumentato i costi a dismisura esasperando il municipalismo, bloccando opere e sottraendo risorse che potrebbero essere impiegate meglio?

«Dipende dal modello, ci sono regioni che funzionano benissimo, consigli regionali che rispettano la Costituzione, altri meno. Faremo un’indagine per quantificare l’esito di queste impugnazioni e poi vedremo. Ne parleremo in primo luogo con le regioni».

Citiamo più o meno alla lettera: «L’impegno del nuovo governo non sarà vivacchiare per evitare le elezioni anticipate e neanche di limitarsi a fare il taglio dei parlamentari e poco altro. Ma un progetto strategico per un grande rilancio del Sud». Sono parole del premier Giuseppe Conte. I fatti dicono però che si fa fatica a disinnescare le clausole di salvaguardia dell’Iva.

«Intanto non dobbiamo avere, e lo dico alla luce di questi ultimi 16 mesi di tensione, ansia da sondaggio o da prestazione. Ricordiamoci che appena due mesi fa eravamo sulle montagne russe, assistevamo ai continui battibecchi alimentati per lo più da Matteo Salvini. La manovra di adeguamento al Def o meglio i saldi della manovra, sono stati tracciati in modo serio, rigoroso e sostenibile. Sul tavolo abbiamo trovato una cambiale da 23 miliardi di euro, quel che restava, circa 7 miliardi, lo utilizzeremo prevalentemente per il lavoro e per una prima revisione del cuneo fiscale.  Il Mezzogiorno ha bisogno di risorse e ha bisogno di spenderle bene. Tra qualche settimana ricorrerà l’anniversario del Muro di Berlino. All’epoca ero solo uno studente. Il ritardo della Ddr era a due cifre. Oggi parlare di una Germania Est e di una Germania Ovest in quei termini sarebbe ridicolo.  E’ una autocritica che dobbiamo fare tutti. Serve un cambio di classe dirigente, senza dimenticare che alcune zone del nostro Sud sono molto cambiate. Penso all’area metropolitana di Bari che può giocarsela con molte regioni del Nord, anche europee. C’è mezza Germania che ha investito lì. A Bari vecchia si entrava scortati, ora le mogli dei boss fanno le orecchiette per strada e le foto ai turisti giapponesi. Vorrei che questa reazione ci fosse anche altrove».

Le basi perché l’economia nel nostro Paese torni a crescere passano attraverso un rilancio degli investimenti nel Mezzogiorno. Detto e ridetto. Ma lei sottoscriverebbe la regola di Azeglio Ciampi: destinare al Sud il 45% della spesa in conto capitale?

«Diciamo che mi accontento del 34%, iniziamo da lì, da quello che al Sud sarebbe dovuto andare in base alla percentuale della popolazione. E quello che chiederà il ministro del Sud, il mio collega Peppe Provenzano che sta facendo un lavoro egregio. Negli ultimi 20 anni la media è stata del 24/25%. Perché vede, io sono un contribuente del Mezzogiorno, pago le tasse, ma se voglio andare a Reggio Calabria con l’alta velocità non posso farlo. Da Messina a Trapani faccio prima con la carrozza. L’86% dell’alta velocità è al Nord, il 14% al Sud. Se vuole continuo».

Prego.

«Più semplicemente vorrei dire che l’autonomia differenziata, che è stata finora oggetto di guerriglia dovrà diventare una opportunità perché il Paese cresca insieme e si tenga per mano. Anche per questo nella manovra di adeguamento ho voluto che venisse inserita una nota sulla conciliazione legislativa Stato/Regioni».

Troppi nel suo partito pensano all’autonomia per non perdere consensi al Nord e per rincorrere la Lega sul suo terreno, specie in vista delle prossime elezioni in Emilia-Romagna.

«Non credo, forse in passato, ora abbiamo una visione comune. L’autonomia differenziata avverrà in una cornice ben definita. Una legge quadro, una cornice che prima ancora di partire dall’articolo 116, comma 3, della Costituzione partirà dall’articolo 3 per dare un sostegno automatico a tutte le aree – e dico tutte, sia al Nord che al Sud, perché anche in Piemonte, per fare un esempio, ci sono realtà come Alessandria, Novara o Vercelli molto diverse da Torino, che sono sotto il livello dei Lep. Invertiremo l’ordine: non più l’autonomia in cambio della spesa storica, quindi i fabbisogni standard ed entro 3 anni i Lep. Ma il processo inverso, prima i Lep poi tutto il resto su scala regionale, per contrastare le disuguaglianze, attingendo ai fondi pluriennali per gli investimenti per la copertura dei servizi essenziali, al netto dei fondi europei gestiti dal ministero del Sud che hanno vincoli ben conosciuti».

 Obiezione: di livelli minimi delle prestazioni, si parla da 18 anni…

«Sono previsti dalla Costituzione e questa volta si faranno in tempi certi. La cornice sarà nazionale e uguale per tutti. Ne ho parlato anche con Zaia e Fontana. Ci sono stati dei passi avanti anche sull’accettazione del meccanismo per il fondo perequativo».

Da questo giornale è partita una campagna perché abbia inizio l’operazione-verità. L’indagine conoscitiva della commissione Finanze della Camera. Lei stesso, da semplice deputato, ha presentato una interpellanza per sostenere questa campagna di verità. Da ministro la pensa sempre allo stesso modo?

«Mi sembra di aver giù risposto. Andrò in audizione entro questo mese, credo, ne ho già parlato con la presidente Carla Ruocco. La ritengo utile al lavoro generale, i numeri devono servire a lavorare meglio, non a litigare».

Si è parlato di una banca del Sud. Lei non crede che sarebbe più opportuno rafforzare l’esistente, seguire le regole del mercato, costituire un fondo pluriennale per far ripartire gli investimenti? 

«Sarebbe più opportuno che questa domanda la rivolgesse al ministro dell’Economia Gualtieri o al mio collega Provenzano, non voglio rubar loro il mestiere. Dico solo che la Cassa del Mezzogiorno venne meno al suo compito per le degenerazioni di chi la guidò e poi ci furono certo suggestioni borboniche dell’ex presidente del Consiglio di allora, il buon Monti».

Ultimo punto. Le nostre regioni a statuto speciale. Godono di risorse e privilegi che altre aeree del Paese se le sognano… Il rispetto e la tutela delle minoranze linguistiche, d’accordo. Ma la II Guerra mondiale è finita 74 anni fa.

«Non la penso come lei. Proprio questa mattina ho incontrato Arno Kompatscher, il presidente della Provincia di Bolzano. E posso dirle che quando in certi territori ci si mettono le mani ci si rende conto di tante cose. Stiamo parlando di un’aerea del nostro Paese in cui il 70 per cento di italiani parla tedesco. E mi fermo qui».

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