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Il dottor Antonio De Rosa, è un pregiato economista, un esploratore del diritto tributario, un geniaccio della finanza ossessionato dal fascino dell’ordine e dei numeri sia nella vita pubblica che in quella privata. Dal rigore teutonico che ne sostiene il sorriso non diresti mai che è napoletano. Semmai padano del ceppo milanese, dalla città in cui passa tre quarti della propria agitata esistenza.

Due mesi fa, il dottor De Rosa si è beccato – come molti – il Coronavirus seppur in forma non letale. Un imprevisto che l’ha inchiodato, lontano da Napoli e dagli affetti, in una sorta di eremitaggio filosofico all’ombra della Madunina, nel proprio studio a due passi dalla Borsa (deserta), nel cuore di una Milano insolitamente brachicardica. I suoi sintomi erano implacabili. Febbriciattola estenuante, congiuntivite, perdita dell’olfatto, tosse secca e bastarda: il dottor De Rosa, aggirandosi come uno spettro in tutti gli ospedali della grande metropoli, s’è ritrovato a mendicare un tampone da medici milanesi d’ogni censo e classe sociale. Ma in quel momento i tamponi, in Lombardia, erano un concetto astratto. Sicché i medici consultati, con occhio sciamanico e mani volte ad un cupo cielo, gli hanno diagnosticato il Covid19, da lontano.

Dopodiché gli hanno intimato di chiudersi in casa finché “la fine del virus non sopraggiunga, in caso contrario avverta il suo medico”. Seppur dubbioso dai dettagli della terapia – «ma siamo comunque nella gran Milàn, diamine»- il buon dottor De Rosa s’è coricato in ufficio, per i canonici 14 giorni alternando la lettura di Salvatore Di Giacomo ai film di Totò; e struggendosi, al contempo, nella nostalgia di un piano industriale, d’un indice Mibtel, d’una previsione borsistica che gli evocasse antichi splendori. Solo che, passato il periodo del contagio, il dottore aveva ancora la febbre; e la tosse l’aveva ghermito e non lo mollava, come fosse un monatto manzoniano.

Dandosi altri quindici giorni di isolamento e poi altri quindici e poi ancora altri quindici e rimanendo sempre stremato dal Covid; e non essendo stato raggiunto mai non solo da tamponi ma nemmeno da uno straccio di telefonata; ed evitando di uscire per sensibilità e per non propagare un possibile contagio; bè, dopo tutto questo, insomma, il dottor De Rosa s’è buttato sull’ultima speranza. Il test sierologico. Lo strumento a base di immunoglobuline che, in pratica, ti certifica se hai ancora il virus addosso, se lo hai passato o se ne sei immune. Avendo una casa in Sardegna e una a Napoli e sapendo che da quelle parti il test viene eseguito su richiesta del malato e a prezzo calmierato, il dottore De Rosa ha provato ad accedervi nella sua Regione di residenza, la Lombardia. E qui è entrato in un inferno dantesco dove le fiamme della burocrazia bruciano davvero le carni. Il buon dottore ha scoperto che, nonostante la ricchezza di medici, mezzi e laboratori, la Lombardia blocca il percorso sierologico ufficiale e decide lei, in pratica, senza alcuna possibilità d’appello, a chi fare il test. Il dottor De Rosa, con la sfiga che lo contraddistingue di questi tempi, nonostante le decine di richieste, era ovviamente fuori del novero dei testatori privilegiati.

Così mentre in Sardegna -per dire- si fanno i test a 40 euro anche ai turisti, in Lombardia, per accedervi occorreva perlomeno un rito vudu o una raccomandazione del professor Burioni. Questo ufficialmente. Ufficiosamente, invece, a Milano andava via come il pane il test a domicilio eseguito a casa di professionisti, imprenditori, manager, cioè di  chi poteva pagare bene.

Questa è parte della lettera che ho ricevuto dall’esterrefatto dottor De Rosa: «le trasmetto in allegato la risposta ufficiale ricevuta dai laboratori Lifebrain di Arese, catena nazionale che effettua a pagamento test sierologici in tutta Italia a privati (a Roma addirittura a 20 euro, come da prezzo suggerito da Regione Lazio), ma non in Lombardia, dove pure hanno circa dieci laboratori, per esplicito divieto della Regione Lombardia.  Contestualmente, le trasmetto il link di un sito di presunti medici, che in modo più o meno palese, in barba al divieto regionale, vengono a domicilio a farti il test, alla modica cifra di 170 euro. Credo sia il caso di far emergere tutta questa assurda e paradossale situazione in quella che è da sempre considerata epicentro di efficacia ed eccellenza nazionale, in primis per la sanità, e soprattutto modello di liberismo italico. Un caro saluto…».

E mentre l’illustre professionista napoletano denunciava, di fatto, una sorta di mercato nero tutto milanese dei test sierologici io non avevo parole. Ho solo abbozzato un sorriso.  Chi ha avuto avuto avuto chi ha dato ha dato ha dato…

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