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Ferrovie, alibi finiti

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Un Frecciabianca
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NON sappiamo bene quale siano le basi tecniche dell’esperienza manageriale di Gianfranco Battisti e come fino ad oggi si siano espresse le sue competenze in campo ferroviario. Ci rendiamo conto che una cosa è occuparsi di marketing e di sistemi urbani o dirigere la divisione alta velocità e una cosa è, invece, guidare una delle poche aziende strategiche del Paese che custodisce un asseto decisivo per lo sviluppo non assistenziale del suo Mezzogiorno.

Questioni di caratura, insomma, anche se ovviamente non abbiamo perso la speranza che ci possa sorprendere, anzi lo auspichiamo fortemente. Una cosa, però, è certa: la sua scelta per la guida delle Ferrovie, azionista il Tesoro al 100%, è stata favorita come sempre dalla politica e, in particolare, dalle preferenze a lui accordate dal partito di maggioranza della coalizione di governo, il Movimento Cinque Stelle.

Se non fosse altro per il fatto che questo partito ha il suo bacino elettorale decisivo proprio nel Mezzogiorno, tenendo ovviamente conto delle regole di buona gestione che non può non rispettare un capo azienda delle Ferrovie, ci si aspetterebbe un minimo di coerenza in termini di investimenti, coperture finanziarie e capacità esecutive-realizzative dentro un disegno strategico finalmente di medio periodo.

Nulla di tutto questo.

Secondo una lunga, consolidata tradizione si è, invece, fermi alla condanna del binario unico, e si procede con la massima accuratezza a fare in modo che i pochissimi investimenti strategici - Alta Velocità Napoli-Bari e Battipaglia-Reggio Calabria - siano sempre totalmente privi di copertura finanziaria e rientrino, quindi, nella solita logica degli annunci. Questo ci dice il piano Sud del ministero dei trasporti di cui dà conto Claudio Di Donato nella sua documentata inchiesta sul campo. Resta un'amarezza di fondo che sembra sfidare ogni congiuntura politica. Per lo sviluppo del Mezzogiorno, che ha nelle infrastrutture il suo primo banco di prova, non ci sono mai né uomini né risorse.

Battisti come molti dei suoi predecessori può continuare a cancellare il Sud dai programmi delle Ferrovie, ogni scusa è buona, l'ultima a portata di mano si chiama Alitalia, ma con il nuovo piano industriale che presenterà a maggio cesseranno gli alibi. Se le coperture finanziare non passeranno da zero all'intero ammontare almeno per le due opere strategiche per il futuro di un'Italia ferroviaria finalmente unita, ogni ora in più di sua permanenza alla guida delle Ferrovie diventerebbe un affronto alla coerenza e all'interesse nazionale. Anche perché le risorse disponibili ci sono, bisogna piuttosto evitare i consueti scippi. Battisti ha un solo modo per dimostrare che la priorità del piano di investimenti sbandierato da 58 miliardi è davvero il Mezzogiorno, partire per una volta con la cassa dal Sud verso il Nord non viceversa.

Ci metta la faccia e i soldi se lo vuole, e se ne è capace. Non ha nulla da perdere. Ne guadagnerebbe molto in caratura.

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