Alcide De Gasperi

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Arriveremo mai in questo Paese a un sereno dibattito sulla distribuzione delle risorse fra Sud e Nord?

LEGGI L’INCHIESTA SULLA DISTRIBUZIONE
DELLE RISORSE TRA NORD E SUD

Sarebbe più che opportuno riuscirci, almeno nell’imminenza delle ricorrenze per la ritrovata unità della nazione dopo i traumi dell’ultima fase della guerra mondiale (25 aprile: liberazione del paese; 2 giugno: instaurazione della repubblica).

(LEGGI L’INCHIESTA DELL’ALTRAVOCE DELL’ITALIA
SUI 61 MILIARDI SOTTRATTI OGNI ANNO AL SUD
)

Quelli che vogliono mestare nel torbido diranno che il vento del Nord non era quello del Sud, che il Sud era più incline alla monarchia che alla repubblica, e avanti così. Conosciamo già questa retorica da strapazzo. Non si ricorderà invece il grande sforzo che venne fatto da tutte le grandi forze politiche per prendere in carico la questione meridionale allora aperta. Certo ci volle qualche tempo, ma non troppo. Qualcuno dovrebbe riandare alla decisione di investire sul recupero del ritardo storico del Mezzogiorno presa fra il 1949 e il 1950-51 che trovò la sua forma nella Cassa per il Mezzogiorno e fu presa sotto il governo del trentino Alcide De Gasperi e per opera nella DC del vicesegretario Giuseppe Dossetti che era di Reggio Emilia. Certo era una fase in cui la domanda di unità nazionale si riverberava nel destino degli uomini: il siciliano Giorgio La Pira che viveva a Firenze, il pugliese Aldo Moro ormai trapiantato a Roma (solo per fare due esempi).

LEGGI L’EDITORIALE DEL DIRETTORE NAPOLETANO
SULLA NECESSITÀ DI LIBERARE IL SUD DALLA GABBIA

Allora si ebbe il coraggio di pensare che l’impulso alla rinascita andava dato a tutto il paese. Ciò che oggi dunque serve è portare le grandi energie del paese a riflettere in maniera corale e responsabile sulla nuova fase che si capisce necessaria per affrontare le asperità di una difficile contingenza storica. Il punto di partenza per ogni progettazione è fissato nella nostra Carta Costituzionale che stabilisce che tutti i cittadini hanno eguali diritti di accesso alle prestazioni essenziali che deve garantire uno stato moderno: istruzione, sanità, tutela sociale dei più deboli.

È dalla ricerca del modo di garantire ad ogni cittadino, indipendentemente dal suo luogo di residenza, questi diritti che deve muovere il discorso, non dal garantire che rimanga intatto quel che si è accumulato nel tempo secondo la logica del chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto. In termini tecnici si chiama fissare i costi standard delle prestazioni essenziali e garantire il flusso di questi moltiplicato per il numero dei soggetti che ne hanno diritto. In questo senso la proposta lanciata da questo giornale di uscire dalla gabbia della spesa storica e tornare a individuare criteri omogenei anche per chi non se lo può permettere, significa operare in quello spirito degasperiano di straordinaria attualità. Diciamo subito e molto chiaramente che questo non significa stabilire flussi di denaro che vengono erogati senza preoccuparsi se si perdono o giungono a buon fine. L’unità nazionale significa ristabilire il reciproco controllo sul buon fine della distribuzione delle risorse, perché gli sprechi e le inefficienze le pagano tutti (e non possiamo più sostenerne i costi).

Pasticci nel gestire i flussi, per non usare termini troppo pesanti, ne sono stati fatti e non pochi ed è non solo giusto chiederne conto, ma soprattutto predisporre gli strumenti per impedirli. Giungere a programmare un sistema capace di misurarsi con questa necessità è urgente: sia perché hanno ragione quelli che dubitano dell’efficienza di un ritorno alla gestione centralistica delle risorse per garantire le prestazioni essenziali, sia perché hanno altrettanta ragione quelli che non credono che basti mettere tutto in mano a qualche regione messa meglio perché si facciano fare reali salti di qualità nelle prestazioni. Tornare allo spirito in cui classi dirigenti “nazionali” si fecero carico nel quadro della “ricostruzione” del paese del confronto con i suoi disequilibri interni dovrebbe essere un orizzonte affascinante per una classe politica che si misura con una complicata transizione storica a livello mondiale, ove essa volesse, finalmente, provare a scrollarsi di dosso il giudizio di inadeguatezza sotto cui sta soccombendo. 

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