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Dai capitani “coraggiosi” agli attendenti di Stato “coraggiosi” intorno al solito capezzale della solita Alitalia.

SCOPRI L’INCHIESTA SUL CASO ALITALIA E I MOTIVI
PER CUI RISCHIAMO DI PAGARNE DUE VOLTE IL SALVATAGGIO

In ordine cronologico, i primi si chiamano Colaninno & C. e sono una cordata minore del grande schieramento dei “padroni del vapore” di quel capitalismo privato di relazione all’italiana che predica le regole del mercato e applica le pratiche della rendita.

Una genìa, cresciuta e pasciuta in Confindustria con le sue anime lombarde, emiliane e venete che fa della doppia morale il proprio vangelo quotidiano, e trova riparo lobbistico sotto la cuccia calda dei contributi delle ex aziende pubbliche strategiche. Le uniche, peraltro, ad avere un profilo decente da public company di rango internazionale.

I secondi si chiamano Battisti &C. e rappresentano gli eredi minori dell’industria di Stato di servizi (sono oggi alla guida dei treni pubblici, gestione di reti stradali, e così via) che non hanno nulla a che spartire con le public company globali, figlie della cultura industriale dell’Iri orgoglio del Paese. Si ritrovano in mano qualcosa comunque più grande di loro. Si devono barcamenare tra regole politiche di ingaggio e regole internazionali di buona gestione.

Non sanno a quale santo votarsi.

Succede, quando si vogliono abrogare le competenze e, quindi, per individuare i vertici delle grandi aziende pubbliche si devono fare scelte di terzo o quarto livello o, magari, si trova anche la persona di livello ma è priva ovviamente della necessaria esperienza. Per capirci, si è deciso di prendere un buon sergente e di metterlo a capo dell’esercito per fare la guerra, ma a guidare le manovre sui campi di battaglia vecchi e nuovi ci vogliono i generali. Non bastano nemmeno i tenenti colonnello di bella promessa.

In questa povera Italia che è in bilico (senza saperlo) sul filo della crisi finanziaria e che si muove come gli orbi in fila indiana, può capitare di sentire ripetere all’infinito, con un giornalismo televisivo ridotto come non mai a un microfono (le eccezioni sono dove meno te le aspetti) , che il cittadino di Alessandria è come il cittadino di Roma o, variante sul tema, che non possono esistere cittadini di serie A e cittadini di serie B. Quasi che a Alessandria si danno raduno tutti i giorni, esattamente come a Roma, i mille cortei di ogni associazione o sindacato del Bel Paese o che sia a tutti noto che a Alessandria, come in ogni provincia italiana, abbiano sede gli ambasciatori degli Stati sovrani del mondo, dello Stato Vaticano e del Sovrano Ordine di Malta, solo per portare qualche minuscolo esempio della macroscopica differenza che intercorre tra la Capitale di una Nazione e i capoluoghi di provincia di quella stessa Nazione.

Pretendere in tanta, naturale, disinformazione, che qualcuno si azzardi a dire che il debito pro capite dei cittadini di Roma, anche prima di essere commissariato, è inferiore a quello dei cittadini di Milano e di Torino, è come chiedere a una danzatrice di musica classica di vincere una partita di rugby. Abbiamo chiesto a chi ne sa, Roberto Morassut, di spogliarsi dell’abito politico e di ricostruire i fatti, e, cioè, di spiegare le cose e di farlo con i dati della Ragioneria Generale dello Stato che tutti dovrebbero conoscere e provengono da una fonte non discutibile.

LEGGI L’INCHIESTA DI ROBERTO MARASSUT SULLE BUFALE DEL DEBITO DI ROMA 

Capiamo le ragioni “elettorali” della politica, ma occorre distinguere tra singole norme tecniche che non producono nessun onere per i cittadini italiani – trasferimento di intestazione di un contributo alla gestione commissariale che già c’è e resta identico – e eventuali modifiche di altro tipo, che riguardano allungamento di scadenze e rinegoziazione dei tassi, che sono fattispecie analoghe per tutti i Comuni e che sono da vigilare pragmaticamente – queste sì sempre tutte, in un senso o nell’altro – senza inseguire trofei elettorali da piazza, perché coinvolgono Cassa Depositi e Prestiti e il risparmio postale. Confondere, poi, tutte queste articolate valutazioni e farne un gran bel fritto misto, con i giudizi più che legittimi (anzi, direi doverosi) sulla qualità dell’amministrazione comunale di Roma, fa parte di questo circo equestre che ha già messo sulle spalle degli italiani 17 miliardi di interessi sul debito, nel triennio 2020/2022, semplicemente per onorare le cedole dei titoli da noi collocati sul mercato in crisi di credibilità.

Caso Alitalia e debito di Roma sono diventate, loro malgrado, la cifra della crisi politica di chi ci governa. Indicano drammaticamente che chi guida il Paese vive in un mondo tutto suo, sganciato dalla realtà, magari sulla luna, e che, qui, sul pianeta terra, modestissimi capitani di impresa, lobbisticamente organizzati, pensano di potere continuare ad accomodarsi e fare i loro piccoli affarucci, caricando tutto sul debito pubblico come se nulla fosse. Ci troviamo di fronte a un Paese senza guida in balìa di due compagni di avventura belligeranti che si ricordano del Mezzogiorno solo per fare voti, continuano a fare favori al Nord, e hanno più di una difficoltà a capire l’economia globale e le sue regole. Che hanno, tra l’altro, una certezza: senza la crescita l’Italia non si potrà salvare dalla crisi finanziaria. State certi che quella crisi noi non la vogliamo e non faremo sconti a nessuno per fare aprire gli occhi e evitare di cadere nel burrone.

 

 

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