Salta al contenuto principale

Ferrovie, non sia solo un foglietto elettorale

Chiudi
Apri
Didascalia Foto: 
Un treno freccia bianca
Per approfondire: 
Tempo di lettura: 
3 minuti m 42 secondi sec

Non avremmo mai creduto che Gianfranco Battisti potesse mettere su un foglio di carta l’impegno di investire nel Mezzogiorno 16 miliardi di euro su 42 per infrastrutture ferroviarie e stradali, all’interno del piano industriale di Ferrovie dello Stato 2019-2023.

SCOPRI IL NUOVO PIANO DELLE FERROVIE
CHE PREVEDE AL SUD 16 MILIARDI SU 42

La partecipazione del premier, Giuseppe Conte, e dei ministri del Tesoro, Giovanni Tria, e dei Trasporti, Danilo Toninelli, alla presentazione del piano, ricorda stagioni di un passato molto lontano di questo Paese dove uomini di governo del calibro di Campilli e Pastore, la lungimiranza del trentino De Gasperi, le intuizioni del siculo-valtellinese Saraceno e le capacità realizzative dell’irpino Pescatore, hanno fatto sì che la scelta del Mezzogiorno come priorità della politica economica, la cosiddetta coerenza meridionalista, si traducesse in atti concreti.

SCOPRI IL PRECEDENTE PIANO BEFFA
DELLE FERROVIE CHE TAGLIA FUORI IL SUD
 

Bene, nessuno si monti la testa e tutti tengano la guardia molto alta. Questo giornale ha chiesto, in assoluta solitudine, al vertice delle Ferrovie italiane un’inversione a 360 gradi nel suo disegno di interventi industriali sul territorio.

FERROVIE, ALIBI FINITI. L'EDITORIALE DEL DIRETTORE ROBERTO NAPOLETANO

Si è rivolto alle forze politiche che detengono attraverso il Tesoro il controllo totale delle Ferrovie perché esercitassero i poteri di vigilanza in quanto di quelle scelte sono corresponsabili a tutto tondo.

Per queste ragioni, esprime oggi soddisfazione per l’indicazione di destinare al Mezzogiorno il 38% degli investimenti ferroviari e stradali, un numero che è vicinissimo alla quota Pescatore degli anni d’oro della Prima Cassa che costruì dighe e acquedotti, unì le due Italie con le strade, finanziò la grande impresa e una miriade di piccole imprese. Contribuì, insomma, in modo decisivo all’unificazione economica del Paese. 

 (CLICCA QUI PER ACQUISTARE L'EDIZIONE DIGITALE)

Attenzione, però, le soddisfazioni si fermano qui, cautele e vigilanza assoluta sono d’obbligo. Intanto, come premessa, ci piace ripetere quello che abbiamo sentito dire ieri più volte da un uomo di Stato di lungo corso: per recuperare trent’anni di buco questo è davvero il minimo da parte di una classe politica miope che ha sistematicamente rimosso dall’Italia un pezzo di Paese con una orografia rognosa. Il minimo, soprattutto, perché il piano è coperto con fondi propri (quindi certi) per il 24% e un altro paio di miliardi sono garantiti da green bond, il resto (cioè la grandissima parte delle coperture finanziarie) è in una zona grigia dove i primi attori sono le Regioni e i contratti di programma.

Ebbene qui, proprio qui, il rischio concreto di continuare a rimuovere il Mezzogiorno rispettando la regola trentennale di oscurantismo è molto più di una mera probabilità. Se vogliamo che la Napoli-Bari a alta velocità e alta capacità ferroviaria o la Palermo-Catania-Messina, per non parlare dell’alta velocità fino a Reggio Calabria, diventino realtà in un tempo giusto, non ci resta che urlare a gran voce di sbaraccare le Regioni e i loro sistemi corruttivi mobilitati intorno a tanti carrozzoni clientelari.

Siamo di fronte a una rete di potere dove di fatto il più forte mangia il più debole e, senza accorgersene, pone le premesse perché nel lungo termine il debole muoia e il forte si scopra improvvisamente debole.

Se non si sbaraccano le Regioni o se perlomeno non si recupera in fretta una regia centrale con poteri decisionali certi e riconoscibili, in questo come in altri piani industriali delle Ferrovie, per capirci, Brennero, Brescia, Verona, Padova, arriveranno sempre prima di Napoli, Bari, Salerno, Reggio Calabria. Quando, poi, alla prima nuova crisi globale o autoindotta da nostre dissennatezze, le risorse torneranno a comprimersi, allora i piani di investimento programmati per il Nord rallenteranno, e quelli previsti per il Sud spariranno anche dai titoli sui fogli di carta.

Negli anni d’oro del miracolo economico italiano, uomini come Pescatore rispettavano al secondo i cronoprogramma di spesa e raccoglievano anche fondi sul mercato internazionale. Campilli e Pastore ai loro tempi non avrebbero, del resto, consentito distrazioni. C’erano un comune sentire e una graduatoria condivisa nel governo e, a volte, anche fuori, di quelle che erano le priorità.

Che è l’esatto contrario dello spettacolo offerto oggi quotidianamente dalla politica, a partire da quella di governo ormai contrapposta su tutto. Ancora una volta speriamo fortemente di essere smentiti, ma nel frattempo avvisiamo Battisti& C. che il tempo delle recitazioni e dei foglietti di carta bianca elettorali, è finito per sempre. Se non fosse così, oltre lo storico danno, ci sarebbe la nuova, indigeribile beffa. Troppo.

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?