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Il coraggio di essere classe dirigente

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Ignazio Visco
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La coerenza meridionalista di De Gasperi e la visione lunga di Menichella e Draghi sulla “questione meridionale” sono la cifra autentica e, per me, positivamente sorprendente delle Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco (LEGGI L'ARTICOLO). Rivelano il coraggio che deve avere (e quasi mai ha) una classe dirigente consapevole nei momenti di difficolta.

Queste Considerazioni collocano il divario territoriale nel punto più alto dell’agenda delle cose da fare, perché costituisce il problema che ha segnato la storia economica dell’Italia dall’unità a oggi e, allo stesso tempo, rappresenta l’unica opportunità possibile per uscire dalla Grande Crisi della doppia recessione. Non servono al Mezzogiorno sussidi monetari ma investimenti in scuola e infrastrutture, occorre intervenire sui “fattori alla base del ritardo del Mezzogiorno” e, per questo, vanno definite e poste in atto linee di azione di respiro e si deve essere in grado di utilizzare pienamente i finanziamenti europei e nazionali.

Servono investimenti pubblici di lungo termine per migliorare le condizioni economiche del Sud, da troppo tempo ingiustificatamente penalizzato, ma ancora prima questi investimenti al Sud sono cruciali per l’Italia che non può ambire a una vera crescita “se non recupera pienamente allo sviluppo del Paese un terzo della sua popolazione”. Questo è il punto dirimente. Le due Italie insieme devono guardare all’Europa “senza la quale saremmo stati più poveri e lo diventeremmo se dovessimo farne un avversario” non ai venti staterelli fatti di Regioni macro e micro molto spesso in guerra tra di loro e guidate da un personale politico miope con truppe di clientes al seguito, quasi più al Nord che al Sud.

Devono avere l’intelligenza politica di capire che la fiducia dei mercati non è un’arma che qualcuno manovra nell’ombra ma il frutto della capacità di fare cose che spagnoli e portoghesi hanno dimostrato di saper fare e che, in casa nostra, significa recuperare serietà di linguaggio e saper fare investimenti produttivi, rimuovere vincoli burocratici e ostacoli alla concorrenza, una vera riforma fiscale. Avendo, per una volta, la lungimiranza di mettere alla testa di tutto ciò il Mezzogiorno.

Questa relazione del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, conferma che sopravvive un’enclave di donne e uomini che ha la testa e i piedi nella fatica di capire e di agire. Appartiene alla storia nobile di questo Paese e, prima che il linguaggio imperante delle fake news si impossessi, distorca e diffonda a suo uso e consumo il messaggio, vogliamo dire con chiarezza che questo giovane giornale prova gratitudine per chi dimostra di avere il coraggio di non eludere il tema strutturale, intorno al quale, si stringe la corda che strozza l’economia del Paese, la crisi aggravata del Mezzogiorno, e continua a sfornare analisi tecniche e comparative, perché ritiene che la competenza, l’esperienza e la risorsa giovanile educata alla fatica del merito, siano il capitale umano più importante di una nazione.

Quello che può fare o meno la differenza tra un Paese e l’altro. Questo, a nostro avviso, significa uscire dalla grettezza regressiva delle Regioni ricche che da almeno dieci anni in qua, con il trucchetto della spesa storica, hanno continuato a estrarre risorse dovute alle Regioni povere dal bilancio pubblico nazionale. Hanno compiuto il capolavoro di fare dell’Italia l’unico Paese, con la Grecia, ad avere il costo del debito più elevato e la crescita economica più debole all’interno dell’area euro e, allo stesso tempo, di aumentare di altri quattro punti il divario tra le aree forti e le aree deboli. Diciamo le cose come stanno: una vergogna, frutto di miopia, e di una stagione di egoismi che sono stati il terreno di coltura di uno specialissimo sovranismo che ha isolato l’Italia in Europa e dove vecchi e nuovi maghi Zurlì della politica italiana possono spacciare balle che valgono 70 e passa miliardi mentre siamo ai minimi storici di reputazione sui mercati e abbiamo un differenziale di 190 punti addirittura nei confronti dei titoli spagnoli.

Inutile dire che tutti questi tassi che paghiamo in più per collocare obbligazioni pubbliche finisce con l’annullare anche gli effetti espansivi della manovra di bilancio e che, nel mondo della realtà, quando il divario tra costo del debito e crescita economica è positivo diventa obbligatorio avere un avanzo primario – entrate superiori alle spese al netto di quella per interessi – non per ridurre ma almeno stabilizzare il debito. E tutto questo non è colpa dell’Europa, che non c’entra assolutamente niente, ma del vaniloquio dilettantesco di chi ci governa in uno stato permanente di confusione e di quel circuito mediatico perverso di imbonitori e di professionisti della parzialità che hanno ridotto la verità a un punto di vista. Questa, purtroppo, è la realtà italiana di oggi. Mi hanno colpito due passaggi a voce, fuori testo, del Governatore. Quando ha parlato di tutela della legalità nel Mezzogiorno, richiamo sacrosanto, ha subito aggiunto: che però va assicurata in tutto il Paese. Questo significa dire le cose come stanno.

Abbiamo pubblicato nei giorni scorsi le carte dell’inchiesta sulla nuova tangentopoli milanese e la cosa che ci ha veramente impressionato è quella che il nostro Di Meo ha battezzato la stecca milanese del 10%, una cifra semplicemente abnorme. Il secondo passaggio che mi ha colpito è quando ha scandito a voce alta che le regole devono essere rispettate anche dagli imprenditori. Condivido perché è indubitabilmente certo che maxi debito, doppia recessione, qualità dei servizi pubblici e debole rispetto delle regole incidono sulla capacità di crescere e di innovare delle imprese, ma è altrettanto certo che un sistema frammentato e una cultura industriale cresciuta all’ombra del sussidio mettono a nudo impietosamente una debolezza delle imprese private italiane nella capacità di fare grande ricerca.

Questa, a nostro avviso, è la vera nuova grande questione settentrionale, frutto proprio dello scippo di Stato a spese delle regioni meridionali attuato dal sistema di potere del Nord dove si muovono insieme enti locali e gruppi economici. Le risorse dovute per gli asili nido, la scuola, i trasporti nel Mezzogiorno sono andate invece a ingrossare la spesa pubblica assistenziale del lombardo-veneto e queste tossine hanno nuociuto non poco alla capacità di fare innovazione delle grandi aziende. Non può essere un caso che la stragrande maggioranza delle prime trenta imprese lombarde sono filiali di multinazionali francesi, tedesche, cinese. Infine, la questione bancaria. Chi scrive ha sempre pensato che con un’economia italiana stremata dalla doppia recessione, soprattutto dal flagello della crisi sovrana, le banche italiane vecchie e burocratiche finché si vuole hanno tenuto presentando un conto al bilancio pubblico italiano, e cioè a noi, infinitamente inferiore a quello che hanno dovuto pagare i cittadini tedeschi per banche, ancora peraltro in forte difficoltà, ma non per il morso della recessione quanto per le loro schifosissime ruberie.

Se consideriamo con quali vincoli in Europa hanno dovuto muoversi gli uomini della Banca d’Italia e del Tesoro, credo che il sentimento più giusto anche qui sia quello della gratitudine. Si vada avanti sullo smobilizzo delle sofferenze, senza svendere, e si faccia crescere la finanza non bancaria vero tallone di Achille italiano. Per il resto, facciamo sentire la nostra voce in Europa, su tutto, soprattutto combattiamo perché si mettano finalmente al centro gli investimenti pubblici, si facciano finalmente i bond europei per finanziare infrastrutture e ricerca, non si abbia neppure timore di parlare di condivisione dei debiti nazionali. Un attimo prima, pero, ci si ricordi di dire che la crisi italiana è colpa nostra, non dell’Europa. Si dimostri, con i comportamenti, che siamo cambiati, rispettiamo le regole, premiamo il merito, sappiamo aprire i cantieri per fare infrastrutture di sviluppo, riduciamo le tasse e la smettiamo con i bonus ad personam, i sussidi e le clientele.

A quel punto, ottenere dall’Europa ciò che ci serve e ci siamo meritati, sarà più facile del previsto. Perché l’Europa oggi sa di dover cambiare, ma non è disposta a dare a chi le spara addosso un giorno sì e l’altro pure. Dovremmo prendere lezione dagli spagnoli e, spiace molto dirlo, non solo in questo.

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