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Non vogliamo fare andare di traverso la domenica a nessuno, ma riteniamo giusto suonare un campanello d’allarme. Non è passato giorno da quando questo giornale è nato che non abbiamo documentato dove e come la “banda del buco” del Grande Partito del Nord ha scavato, sotto traccia, nelle pieghe del bilancio pubblico per estrarre risorse sottratte, di anno in anno, ai cittadini del Sud, di ogni età e genere. Abbiamo raccontato il più clamoroso saccheggio di Stato che ha prelevato sangue vivo dalle vene di donne e uomini meridionali ancora in culla, maestri di asilo e docenti universitari, medici e malati, autisti di pulmini scolastici e di trasporto pubblico, badanti, addetti ai centri di assistenza, anziani bisognosi di cure. Decine e decine di miliardi l’anno immessi con la semplicità di una iniezione nella circolazione sanguigna di bambini, professori, medici, autisti di treni e mezzi pubblici, nonne e nonni, delle grandi e piccole città del Nord.

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ANNUALE AL SUD DA 61 MILIARDI DI EURO

Abbiamo scoperto e denunciato il gioco delle tre carte in salsa leghista, per cui il criterio della spesa storica che doveva valere qualche mese dura da dieci anni di modo che le Regioni e i Comuni ricchi del Nord diventano sempre più ricchi mentre le Regioni e i Comuni poveri del Sud diventano sempre più poveri, e ancora non sono stati definiti né i livelli essenziali di prestazione né i fabbisogni standard indispensabili per garantire a tutti uguali diritti di cittadinanza in materia di sanità, scuola, trasporti. Sono emerse con assoluta evidenza le responsabilità della Lega e di tutti gli schieramenti partitici del Nord nell’azione di “rapina” della cassa pubblica, ma anche il dolo politico di uomini di governo della sinistra, penso buon ultimo a “anime belle” come il mite Gentiloni, che ha spianato la strada alla secessione dei ricchi, inginocchiandosi davanti ai potenti di turno.

Non ha mai avuto la forza e la dignità politiche di porre mano a quei meccanismi di riequilibrio che avrebbero reso possibile una più equa ripartizione delle poche risorse pubbliche disponibili, garantendo al Sud le infrastrutture di sviluppo di cui ha vitale bisogno oltre che diritto, e avrebbero indebolito il disegno separatista della autonomia differenziata che costituisce oggi la vera minaccia all’unità del Paese e al suo futuro.

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Abbiamo potuto constatare, giorno dopo giorno, che di questo scippo di Stato tanto grave quanto miope vi sono prove certe e evidenze tecniche in documenti di tutte le principali istituzioni contabili e statistiche della Repubblica italiana. Dalla Ragioneria generale dello Stato alla Corte dei Conti fino all’Istat, solo per citarne alcune. Abbiamo fatto la tac allo scippo di Stato e l’esito è stato positivo. Nessuno ha potuto mettere in discussione questo risultato. La Banca d’Italia e la Commissione europea hanno posto il Mezzogiorno, come è giusto che sia, al centro di ogni politica di sviluppo del Paese. Senza recuperare un terzo della popolazione l’Italia mai potrà ambire a tassi di crescita che consentano di ridurre il peso del debito e di uscire per davvero dalle due grandi crisi. Bene, il campanello di allarme che ci sentiamo di fare suonare questa domenica riguarda proprio il ceto politico e la classe dirigente della comunità meridionale.

La forza dei fatti emersi, a nostro avviso, avrebbe dovuto determinare nel corpo vivo della società un moto organizzato di reazione, una mobilitazione delle coscienze e un gioco di squadra trasversale della politica. Abbiamo assistito a politici meridionali di lungo corso che si sono impossessati di brandelli del nostro lavoro giornalistico per consumarlo rapacemente in una sterile polemica pubblica, continuando sottobanco le solite pratiche clientelari ancora possibili con le poche risorse pubbliche rimaste disponibili. Assistiamo disarmati allo spettacolo di amministratori meridionali di grandi città premiati largamente dall’urna che fanno prevalere le ragioni della tattica su quelle del merito per cui sacrificano a valutazioni di piccolo cabotaggio e di potere personale la tutela dell’interesse meridionale che coincide peraltro con l’interesse nazionale. Che pena! Scopriamo con disappunto che il partito che più di ogni altro ha nei suoi cromosomi l’improbabile regionalismo/federalismo che ha così tanto acuito il divario e danneggiato il Paese nel suo complesso, riscuote consensi elettorali mai neppure immaginati nelle regioni meridionali e mette a nudo quel vizio trasformistico antico che spinge da sempre a salire sul carro di turno dell’ultimo vincitore anche se ha ruote di cartapesta.

Abbiamo colto segnali belli da alcune decine di Comuni del Sud che hanno imboccato senza tentennamenti la strada giudiziaria e dalle punte più avanzate del mondo universitario pronte a scendere in campo, abbiamo consapevolezza del valore e del talento di molti giovani, ma mancano totalmente la visione politica e l’organizzazione necessarie per un’azione comune che possa essere vincente. Si avverte il vuoto di una società e di un tessuto civile, animati da buoni propositi, ma sfiduciati e terribilmente incapaci di fare sistema, spesso dilaniati da inammissibili beghe locali o familiari.

Dove sono i nuovi Saraceno, i nuovi Morandi, i nuovi Olivetti? In questo sonno diffuso della ragione che rischia di fare perdere all’Italia la sua sovranità, chi può prendersi la briga di mettere a sistema quella nazionale di giovani di talento (esiste) con il genio, la tempra, l’ardore etico e l’intelligenza del Pescatore irpino magistrato a 21 anni e grande servitore dello Stato che ha legato il suo nome alla Cassa delle opere, che ha raddoppiato il prestito Marshall, e assicurato al Mezzogiorno il posto che meritava nell’unico (vero) miracolo economico italiano?

Non abbiamo un nome e anche se tutto sembra contro, questa è la sfida capitale che il Paese ha davanti a sé, richiede gioco di squadra e un’idea ambiziosa di crescita solidaristica. Noi non cesseremo mai di crederci. Ha ragione Paolo Savona. Si parta da un’azione congiunta del settore privato e pubblico italiano per attuare investimenti aggiuntivi di 20 miliardi di euro all’anno, utilizzando risparmio interno. Un suggerimento che aveva già dato inascoltato da ministro al governo gialloverde in tempi non sospetti e che avrebbe evitato all’Italia l’onta dell’avvio della procedura di infrazione. Se ne faccia tesoro oggi e, per una volta, aggiungiamo noi, si parta dal Sud. Gli effetti benefici non tarderanno ad appalesarsi e l’Italia avrà finalmente la credibilità per chiedere all’Europa di uscire dalla gabbia dei Bund tedeschi con nuovi titoli obbligazionari garantiti a livello europeo. Per fare cose così serve l’intelligenza della politica. Purtroppo, difetta in casa e fuori.

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