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Progetto Italia è un progetto di Italia nel mondo o di Italia in Italia?
Tutto nasce per mettere in sicurezza la Astaldi e i suoi dipendenti

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Fiumi di inchiostro sono stati versati per raccontarvi di Progetto Italia dove ballano 600 milioni di aumento di capitale, ci sono dentro Salini Impregilo, Cassa Depositi e Prestiti, nuova finanza dalle banche per 935 milioni. Si sprecano i titoli sul player globale (è settimo nella top ten europea) e sul campione nazionale delle costruzioni, ma mai qualcuno che ti dicesse che tutto nasce per mettere in sicurezza un’azienda privata, Astaldi, e i suoi dipendenti. 

Non voglio farmi influenzare dal giudizio personale sull’incolmabile differenza tra la visione strategica, la competenza, e lo spessore umano e politico degli uomini che hanno legato il loro nome alla grande stagione dell’Iri, l’unica vera scuola industriale di questo Paese, e i reggitori attuali pro tempore della Cassa Depositi e Prestiti, ma c’è qualcuno che è in grado di rispondere alla domanda se il Progetto Italia è un progetto di Italia nel mondo o di Italia in Italia?

Tutto questo lo facciamo per sistemare l’ultimo problema aziendale privato - non entro qui nel merito di ragioni sociali e di altre ancora possibili - e andare così a fare grandi opere nel mondo con più capitale pubblico e bancario o per vitalizzare (come?) il mercato interno delle costruzioni?

Gli strateghi di Cdp che si riempiono la bocca di sviluppo industriale e infrastrutturale si sono posti questa semplice domandina prima di mettere mano al portafoglio? Indipendentemente dal tema presente di ipotetica distorsione della concorrenza sul mercato interno, quali sono le garanzie che Cdp ha chiesto e ottenuto prima del suo intervento perché Progetto Italia giochi in Italia la sua partita e, soprattutto, ripeto, come? 

Capite l’abisso tra quando c’era un disegno chiaro, fare le infrastrutture di base e trasformare un Paese agricolo di secondo livello in un’economia industrializzata e oggi in un mondo tutto diverso e globalizzato dove si cacciano i soldi pubblici, si rischia di alimentare distorsioni competitive, e non si ha nemmeno il coraggio di assumersi la responsabilità di una finalizzazione strategica di tutto ciò. Perché non dire, ad esempio, che si vuole competere nel mondo secondo le regole del mercato, ma che secondo quelle stesse regole la priorità di mercato di oggi del Paese è quella di fare sistema nel Mezzogiorno e investire nell’unico bacino potenziale di sviluppo dell’Italia per realizzare le infrastrutture di sviluppo, un vero e proprio new deal ambientale, che può fare ripartire il tessuto produttivo e unire finalmente le due Italie? 

Avete sentito o letto qualcuno di questi ragionamenti? Per carità, oggi il pubblico serve solo a dare energie finanziarie, non ha evidentemente né la forza né il coraggio di dire la sua. Alla fine, anche inconsapevolmente, finisce con il dare l’impressione di fare tutto ciò per aiutare qualcuno a “salvarsi” e qualcun altro a crescere con mezzi finanziari non suoi. Probabilmente non è così, il disegno industriale esiste, ma va raccontato bene, alla luce del sole, e va attuato con una precisa finalizzazione. Come facevano i Grandi di una volta che avevano, tra l’altro, la virtù di non nascondersi.

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