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Questo Paese di paure ne ha anche troppe. Come da troppo tempo si autonutre di balle, il rumore dissolutorio dove i sogni sono venduti come realtà e la realtà, quella vera, si fa sempre più cupa, avanza indisturbata nelle case, in fabbrica, a scuola. La realtà, quella vera, incide sulla reputazione del Paese, certifica che l’Italia per miopia e egoismo è spaccata in due, si allarga il divario interno e quello esterno tra noi e le economie occidentali, ma ci si abitua a tutto, si dimentica tutto. 

C’è un grande ombrello monetario provvidenzialmente aperto da Mario Draghi che copre le teste vuote – populiste e sovraniste gialloverde o verdegiallo fate voi – che giocano con l’economia di mercato, la collocazione atlantica, la sovranità monetaria condivisa. Alcuni professoroni senza scrupoli che hanno superato l’ottantina dispensano pensieri di lucida follia in cambio di pezzettini di potere e lavorano senza soste perché il malato d’Europa che non ha mai contagiato nessuno, siamo noi, alla fine ce la faccia a irradiare le sue tossine populiste-sovraniste in un corpo vivo già fiaccato dal trumpismo imperante e da colpe sue qual è quello europeo.

 A trent’anni di distanza, dal 1989, un Michele Marchi in forma splendida, si pone una domanda che è tutto un programma: sta, forse, per cadere un nuovo muro che è quello italiano? C’è, forse, qualcuno che dal bagnasciuga ha deciso di portare l’Italia, sotto i 40 gradi che danno alla testa, direttamente in uno spazio geopolitico tutto nuovo che si chiama G0 proprio nel bel mezzo della pausa ferragostana? Ma vi siete resi conto dello spettacolo da solleone che ha offerto ieri la politica italiana con volti abbronzati e sguardi spiritati, dove tutti proprio tutti si urlano sulla voce come in uno dei tanti comizi invernali mascherati da talk show? Il conduttore si identifica con il microfono e il partito democratico (dentro e con i suoi satellitini fuori) ritorna protagonista e ritorna ovviamente spaccato, pieno di contorsionismi, con tutte le sue consuete divisioni.

 Ancora non lo sa, il Pd, ma come Zaia e Fontana sono  andati per suonare e sono stati suonati sull’autonomia differenziata, proprio come i pifferi di montagna, qualcosa di simile potrebbe accadere al loro dante causa, Matteo Salvini, e non è qualcosa di poco che è in gioco se si continua a scherzare con i fondamentali della finanza pubblica, con la nostra collocazione in Europa e con la certificazione definitiva dell’operazione verità sulla ripartizione della spesa pubblica tra Nord e Sud.  

Questo Paese di paure ne ha anche troppe. Per piacere, però, si eviti di speculare sul Mezzogiorno. Non infiliamolo, estrema umiliazione, nel calderone permanente delle fake news come strumento di lotta politica. No, questo è troppo. “Chi è qua a contestare, dove era quando la sinistra per anni ha rubato i soldi dei calabresi non facendo niente? Non facendo strade, ferrovie, ospedali. E quindi evidentemente è più comodo pensare che sia sempre colpa di qualcun altro”. Dal palco di Soverato, sotto i colpi di una contestazione dura, questa frase è stata scandita a voce alta da Matteo Salvini e francamente è troppo. Questo giornale, senza ricevere una sola smentita, ha lanciato l’operazione verità sulla ripartizione della spesa pubblica tra Nord e Sud e, a mia firma, ha espressamente scritto che non avrebbe fatto il torto a Salvini di trattarlo come un Fontana o uno Zaia qualsiasi, Governatori di Lombardia e Veneto, da noi ribattezzati in arte il “Gallo” e il “Paglietta”, quelli che se si parla di spesa storica “non ci sediamo neppure al tavolo” o che “se vinciamo le elezioni (ci saranno? quando?, ndr) l’autonomia differenziata è legge il giorno dopo”.

 Quello che è accaduto a Soverato, però, ci costringe a dire con chiarezza che questa involuzione di Salvini ci inquieta perché non può non sapere che chi “ha rubato” i soldi ai calabresi (e con questo non assolviamo nessuno degli amministratori regionali, sia chiaro, il giudizio va dato in modo puntuale caso per caso) e li “ha rubati” alla grande, ma proprio alla grande, caro ministro Salvini in campagna elettorale, sono stati i predecessori del “Gallo” e del “Paglietta”. Sono stati loro, con il trucco della spesa storica arcinoto ai nostri lettori per cui il ricco diventa sempre più ricco e il povero diventa sempre più povero, hanno sottratto quasi tutta la parte di quelle risorse pubbliche dovute al Mezzogiorno povero di servizi e infrastrutture per darle al Nord ricco di infrastrutture e servizi pagati da tutti noi. Ma, per caso, ministro Salvini, si vuole scappare al voto perché si teme l’operazione verità sulla spesa pubblica allargata e perché i Governatori ricchi del Nord (con i soldi degli altri) corrono il rischio di restituire parte del maltolto? Ho davanti agli occhi Carlo Azeglio Ciampi mentre scandisce che la spesa per investimenti al Sud non deve mai scendere sotto il 45% perché questo significa fare l’interesse del Paese e tornare finalmente a aggredire il primo problema dell’economia nazionale e, cioè, il divario infrastrutturale che separa le regioni meridionali da quelle settentrionali. 

Riproduciamo, di seguito, a solo titolo di esempio, l’andamento della spesa per investimenti di ferrovie e Rai, così come emerge dalle tabelle più aggiornate dei Conti Pubblici territoriali, costola del sistema statistico nazionale, capofila l’Istat, voluti proprio da Ciampi per avere qualche forma di controllo sulla spesa impazzita dei venti staterelli che sono le Regioni, e quindi certificati al massimo livello. Dal 2000 al 2017 la spesa in conto capitale delle Ferrovie dello Stato non solo non ha mai raggiunto la soglia obiettivo del 45% indicata con lungimiranza da Ciampi, né risulta in linea con la popolazione del 34,3%  ma resta mediamente intorno a un range del 20% dando cioè niente a chi ha più bisogno e dando invece molto più che tantissimo (80%) al CentroNord che parte certamente da una situazione migliore. 

Per capire, caro Salvini, di che cosa stiamo parlando  – e qui i calabresi non c’entrano proprio niente – l’insaziabile fame accaparratrice di risorse pubbliche della classe di governo padana delle Regioni del Nord non si è presa per sé ciò che era giusto e anche qualcosa in più per favorire – ripeto come giusto – il massimo di sviluppo possibile ma si è “rubata”, so quello che dico, anche tutto ciò che  era dovuto ai cittadini calabresi e meridionali in genere. Al punto che tra Milano e Torino c’è un treno a alta velocità ogni 30 minuti e da Napoli in giù nemmeno uno e siamo ancora al binario unico. Proprio queste evidenti nefandezze, contrarie a ogni regola nel medio termine anche economica, e la pressione che ne è derivata, hanno spinto le Ferrovie a alzare il livello al 34,7% nel 2016 per subito ridiscendere al 29,1% nel 2017. Se davvero vuole dare ai calabresi le ferrovie che meritano, Salvini sa a chi deve chiedere di smetterla di accaparrarsi risorse pubbliche non dovute che finiscono, peraltro, assai spesso in filoni assistenziali e clientelari, almeno per lui non deve essere complicato fare sentire la sua voce. Se non vuole farlo e non lo farà, allora taccia per sempre, perché il problema è tutto lì e è tutto nelle sue mani. 

Stendiamo un velo pietoso (detto per inciso) sulla vergogna di una Rai finanziata dal canone che è servizio pubblico, che può ancora competere grazie agli ascolti delle popolazioni meridionali, che dovrebbe conoscere il patrimonio di creatività e di talento artistico che c’è in tutti questi territori, e che oscilla mediamente  come investimento in conto capitale intorno al 10% con punte microscopiche in alcuni anni tipo 4,1. Su questo ci sarebbe davvero materiale per agire nelle sedi competenti della giustizia amministrativa, interrogare il Parlamento, e ragionare in maniera più vigile di conseguenza sul finanziamento del servizio pubblico. Quando è troppo, è troppo. Scandalosamente troppo. Non basta, in questo caso, la denuncia.

 Sul tema della sanità e degli ospedali, la storia di Santina che muore dissanguata a 35 anni all’ospedale di Cetraro, provincia di Cosenza, dopo avere dato alla luce il figlio, perché non c’è un chirurgo e perché il centro trasfusionale è troppo lontano, parla più dei numeri e ferisce in profondità. Ricordatevi, però, che i numeri ci sono tutti, emergono dalle relazioni delle Corte dei Conti che abbiamo più volte pubblicate, e indicano la vergogna, a parità di popolazione, da almeno dieci anni in qua, di tre miliardi sottratti alla Regione Puglia e regalati all’Emilia Romagna, solo per fare un esempio, le Regioni del Nord hanno continuato ad assumere, quelle del Sud a chiudere strutture e a licenziare. Una vergogna superata, forse, solo da quella della spesa per asili nido e mense scolastiche dove la regola per i bambini del Mezzogiorno è zero euro assoluto contro i tremila euro pro capite per chi nasce nella ricca Brianza senza che un solo euro arrivi dalle famiglie (ricche) di quella terra fortunata.

 Abbiamo detto in tutte le lingue, fate piano. Abbiamo avvertito che un’economia fragile come la nostra, l’unica in Europa che non ha raggiunto i livelli pre-crisi, osservata speciale dei mercati con schizzi dello spread di tipo quasi venezuelano, alla vigilia della Brexit e dell’attacco di Trump all’Europa (e cioè Germania e Italia),  tutto si può consentire meno che mesi e mesi di una campagna elettorale (vera) ancora più devastante di quella finta gialloverde o verdegiallo che non ci ha mai tristemente abbandonato. Abbiamo superato da tempo il livello di guardia.