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Si sarà notato che c’è un certo rimpianto per quel che l’Italia seppe fare dopo la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale. Un paese in gravi difficoltà volle e seppe risorgere fino a diventare col tempo la settima potenza mondiale. La fortuna di un recente libro di Aldo Cazzullo dedicato a questo tema è una delle testimonianze di questa nostalgia per un paese che seppe rialzare la testa e decidere che voleva riconquistare il suo posto nel mondo. Non a caso quel periodo viene definito nei libri di storia come “la ricostruzione”. È da chiedersi se oggi non sia necessario far rivivere quello spirito e quella volontà, perché davvero l’Italia ora ha bisogno di una seconda ricostruzione. Può sembrare strano dirlo, tanto lo scenario è apparentemente diverso.

Allora per capire che il paese era in ginocchio bastava quasi guardare fuori della finestra e fermarsi su un panorama di macerie e di miseria diffusa. Oggi ai nostri occhi si presenta un paese apparentemente florido, la miseria che c’è può rimanere nascosta e non la si percepisce subito. Eppure i paralleli fra i due momenti non sono da trascurare. Dopo il 1945 ci si accorgeva facilmente che il mondo era cambiato, anzi tutti sostenevano, per quanto potesse accadere da prospettive diverse, che stava per iniziare una nuova era. Anche oggi siamo immersi di messaggi che ci dicono, a volte con troppa superficialità, che il mondo non è più quello di prima: è digitalizzato, globalizzato, preda di un cambiamento ambientale, ha mandato in soffitta molti modi di rappresentarci la nostra esistenza.

Tuttavia fatichiamo a realizzare che questo nuovo mondo richiederebbe un adeguamento ben più profondo di quello che ci cade addosso per inerzia, perché quasi tutti abbiamo il cellulare, usiamo l’home banking invece di far la fila agli sportelli, giriamo il mondo coi viaggi low cost e via elencando.

La crisi politica non è una esclusiva italiana: nel mondo più o meno tutti i sistemi sono in crisi, proprio perché tutti non riescono a fare pienamente i conti con la transizione storica in cui ci è capitato di vivere. È di ieri la notizia che uno studio del governo inglese descrive come una catastrofe che potrebbe portare restrizioni nelle disponibilità di cibo e medicinali il no deal britannico: chiaro esempio che la vecchia “sovranità nazionale” è un concetto da rivedere nelle nuove condizioni.

L’Italia ha un grande bisogno di fare seriamente i conti con una seconda ricostruzione a cui deve mettere mano se non vuole pagare un prezzo insostenibile per il suo coinvolgimento in questo grande cambiamento. C’è bisogno di qualcosa di più di classi politiche che facciano “contratti di governo” per dettagliati che possano essere. È necessario che il paese avvii una presa di coscienza dell’enorme lavoro da fare per adeguarlo alle nuove sfide che ha davanti. Stiamo parlando di elementi meno “palpabili” di quelli del periodo della prima ricostruzione.

Quando nel luglio 1950 De Gasperi visitò i “sassi” di Matera rimase sconvolto nel vedere dove viveva e in che condizioni viveva una comunità di italiani. Volle che si mettesse subito mano al problema e, pur coi tempi lenti di questo paese, nel maggio 1952 entrò in vigore la legge per lo “sfollamento dei sassi”: quelle popolazioni ebbero case decenti (in contemporanea si avviò la Cassa per il Mezzogiorno). Certo oggi i “sassi di Matera” sono diventati una attrazione turistica (dopo un recupero iniziato nel 1993) e Matera è stata capitale della cultura, ma solo chi non vuole vedere può ignorare che il Mezzogiorno rimane ancora prigioniero della mancata costruzione di un equilibrio nazionale compiuto. Certo anche per colpe delle sue classi dirigenti che si sono accontentate di avere una larga distribuzione di pensioni di invalidità e di uno scarso controllo sulla distribuzione dei fondi pubblici (europei e non) per lasciare al Settentrione la concentrazione sullo sviluppo.

Questo però non cancella che l’Italia sia un paese che non riesce a fruire appieno del suo potenziale nazionale. Le macerie italiane del nuovo millennio sono più morali che fisiche. La principale è il rifiuto di impegnare il nostro sistema-paese in una riflessione che ci faccia prendere coscienza del momento davvero cruciale che stiamo vivendo. Non è solo questione delle nostre classi politiche, i cui limiti sono facili da rilevare. Altrettanto pesano le visioni limitate di classi intellettuali, economiche e sociali che sono più solidali di quel che non si creda con quei politici che le compiacciono nell’evitare di parlare della sgradevole realtà di un paese che se non vuole perdere quanto ha guadagnato deve rimboccarsi le maniche. Il lavoro da fare è enorme: si va dalla riorganizzazione del nostro sistema economico-produttivo a quella della pubblica amministrazione; dalla ristrutturazione del sistema educativo a quella del sistema giudiziario; dal riassetto del nostro sistema di relazioni internazionali a quello del nostro sistema di valori morali e civili.

Non illudiamoci che sia un compito che può assolvere un governo, quale che esso possa essere: solo i regimi totalitari pretendono di poter assolvere dall’alto ad un simile compito e sappiano già quanto siano soluzioni disastrose. È davvero una volontà popolare e generale che va formata in queste direzioni, ed è questo il lavoro a cui debbono dedicarsi le forze vive di questo paese. Poi, è proprio il caso di dirlo, la politica seguirà.