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Sulla folle crisi di ferragosto e l’orrendo spettacolo offerto dal nostro Parlamento ci siamo già espressi. Abbiamo assistito prima, in mezzo e dopo a scene peroniste, a tratti folcloristiche, con l’uomo solo a torso nudo che parla al Paese dalla spiaggia e confonde il consenso dei sondaggi con le chiavi del potere assoluto.

Scene da versione casereccia dello Stato libero delle Bananas dove, tra alti e bassi, lo show sovranista si mescola o litiga con lo show populista e non riesce neppure più a mascherare la cruda realtà. Che è quella di avere ridotto il Paese, in pochi mesi di governo, al minimo storico di reputazione sui mercati, schiacciato e umiliato perfino da portoghesi e spagnoli, e di avere azzerata la crescita aumentando le diseguaglianze.

Siamo sempre il fanalino di coda nella crescita europea, ma siamo anche “orgogliosamente” privi della minima consapevolezza che restiamo l’unico Paese in Europa a non aver raggiunto i livelli pre-crisi. Per amore della verità, abbiamo apprezzato l’intervento del Presidente del Consiglio dimissionario, Giuseppe Conte, per la fermezza delle enunciazioni, il saldo ancoraggio alla forza delle regole e della collocazione europeista e transatlantica, l’impegno sul Mezzogiorno, un linguaggio da aspirante statista e una coerente assunzione di responsabilità. La frequentazione dei social network priva la nostra classe politica della capacità di fare discorsi minimamente articolati e di liberarsi da un’esposizione che esca dalla logica dei 280 caratteri massimi e francamente, forse anche a causa dello stato confusionale che vive da qualche settimana, se ne sono viste le tracce nella replica di Salvini e, più in generale, se ne vedono i segni diffusi in un racconto percepito dei fatti che non è vero ma è solo quello di Facebook che, però, domina tra gli strumenti di informazione e, quindi, condiziona le valutazioni comuni. Il tempo della ricreazione, a nostro avviso, è finito da un pezzo.

Se non si vuole sprecare anche l’occasione paradossalmente offerta dalla follia della crisi di Ferragosto bisogna velocemente prendere atto che nel mondo della realtà la piccola nave italiana deve solcare i mari procellosi della nuova crisi globale dove si intersecano il rischio di una nuova bolla americana, una Cina acciaccata dalla guerra trumpiana dei dazi e a sua volta guerriera contro i titoli di stato statunitensi, la recessione tedesca prossima ventura e l’imminente attacco del solito Trump al cuore dell’Europa e ai suoi prodotti, la speranza piena di incognite sui Paesi emergenti, le due Italie divise e lacerate. C’è bisogno di una mano ferma sul timone che eviti al barcone italiano di finire rovinosamente sugli scogli.

Per questo, al di là del vaniloquio permanente che persiste, al Paese non serve un governo comunque. Servono due tipi ben precisi di governo, uno di breve termine, e uno di lungo termine, a seconda delle intese politiche possibili, che siano in grado rispettivamente il primo di affrontare le emergenze il secondo di ridare dignità agli italiani nel mondo e rimettere in carreggiata anche per gli anni a venire la nostra economia.

Servono profili adeguati, a seconda della bisogna, ma dei nomi parleremo dopo valutando anche le disponibilità. I punti ineludibili di questa azione di governo sono quattro: legge di bilancio per mettere in sicurezza la finanza pubblica; nomina di un commissario europeo di assoluto prestigio che permetta di ambire a un portafoglio economico rilevante e rinsaldi il nostro ruolo di Paese fondatore; la designazione nel board della Banca Centrale Europea di chi è unanimemente ritenuto la persona giusta per la banca e per l’Italia evitando la sgradevolezza di fare designazioni respinte al mittente; operazione verità sulla ripartizione della spesa pubblica tra Nord e Sud perché sia chiaro a tutti che con il trucco della spesa storica le parti ricche del Paese sottraggono indebitamente decine e decine di miliardi l’anno di investimenti alle parti povere danneggiando le une e le altre in quanto privano l’Italia nel suo insieme di una prospettiva di crescita rilevante. Fin qui si può fermare il governo di breve termine, chiamatelo di tregua, di scopo, istituzionale, non fa differenza.

Se invece emergono condizioni politiche perché la nostra classe politica ritrovi il senso smarrito dell’interesse generale e della cultura della responsabilità per misurarsi in una logica di ampio respiro con le asprezze della crisi globale, le priorità attribuite all’Europa e al riequilibrio degli investimenti dal partito democratico vanno in questa direzione, allora tutta la partita si gioca sul credito internazionale del nuovo presidente del consiglio che può incidere positivamente sulla reputazione italiana sui mercati e sulla capacità di fare scelte coraggiose di politica economica che mettano il Mezzogiorno al centro degli investimenti in infrastrutture di sviluppo (non assistenzialismo) recuperando la regola d’oro ciampiana del 45% e mettano ordine con riforme strutturali (vere) in un piccolo Paese impazzito con la panna montata dei venti staterelli regionali e impoverito dalla miopia egoista di alcuni Governatori del Nord.

Visto che l’anello più debole della catena della crisi globale siamo noi, è evidente che l’interesse generale del Paese e di una Politica con la P maiuscola che si sa fare carico di quell’interesse generale coincide con la scelta di un profilo che restringe, da subito, le candidature disponibili a non più di tre persone. La prima figura non discutibile, per di più terza, si chiama Mario Draghi.

In questo caso l’Italia avrebbe un Presidente del Consiglio ascoltato in tutto il mondo, non un uomo di standing internazionale, ma l’emblema riconosciuto dello standing internazionale. Avrebbe messo tutti d’accordo per la presidenza della commissione europea, ma lui ha risposto: onorato, ma non disponibile. Avrebbe messo tutti d’accordo per la guida del Fondo Monetario Internazionale, ma lui ha risposto: onorato, ma non disponibile. Da quello che ha detto finora è indisponibile anche questa volta, ma noi abbiamo il dovere di dire che cosa è bene per il Paese, che cosa richiede il contesto internazionale, che cosa significa servirlo a vantaggio degli italiani.

Larry Summers, ex ministro del Tesoro americano, ha dichiarato che Mario Draghi è il più grande banchiere centrale degli ultimi trentacinque anni, e a chi gli ha chiesto perché, ha dato una risposta telegrafica: ha salvato l’eurozona. Si riferisce al celebre whatever it takes, la mossa giusta nel momento politicamente giusto, tre parole e una faccia. Esprimono la credibilità personale e la forza di fuoco potenziale della Banca centrale europea, Draghi non caccerà un euro ma salverà l’euro.

Questo è il capolavoro che appartiene alla storia. Questo significa avere leadership. Quando il presidente della Bce torna a annunciare, nel suo modo conciso, nuovi possibili stimoli monetari se necessari, Trump lo attacca perché, a suo dire, punta a fare calare l’euro contro il dollaro, ma qualche settimana dopo dice che lo vorrebbe alla guida della Federal Reserve. L’irritazione prima e la preferenza dopo espresse da Trump dimostrano che l’Europa nel mondo si riconosce in una sola autorità e ha la faccia dello statista italiano. Non è disponibile d’accordo, ha davanti un finale di mandato alla Banca centrale europea importantissimo e tutti gli europei potranno di certo beneficiarne in termini di politica monetaria espansiva d’accordo, ma a noi italiani avere al timone del governo l’uomo che è la faccia dell’Europa nel mondo non potrebbe che fare benissimo.

Se ci fossero forze politiche capaci di capirlo, di superare le sue indisponibilità e di sostenerlo si guadagnerebbero di certo la riconoscenza dei loro concittadini. La seconda figura si chiama Romano di nome Prodi di cognome. Ci muoviamo ovviamente nell’ambito politico allargato di riferimento della nuova ipotetica maggioranza.

Perché lui? Perché è stato due volte premier, ha inventato l’Ulivo, ha indicato anche questa volta la strada politica, sì certo, ma nel nostro ragionamento Prodi è un candidato autorevolissimo perché insieme a Delors è stato un grande Presidente della Commissione europea, il primo fece gli interessi degli europei non dei francesi, il secondo ebbe il coraggio di aprire e guidare l’allargamento ai Paesi dell’Est per evitare che fossero risucchiati dalla cortina sovietica.

Dal Mao a vita, Xi JinPing, alla cancelliera Merkel, dall’India all’Africa, dai Paesi in via di sviluppo a Putin, il mondo e chi ne ha in mano le redini sa chi è Romano Prodi. Esattamente ciò che serve oggi all’Italia se, per una volta, vuole uscire dal vaniloquio casereccio e tornare a ragionare in grande. Romano Prodi ha messo in guardia in tempi non sospetti da un’autonomia incontrollata e duale, sappiamo che sul riequilibrio degli investimenti produttivi e su una cultura di governo solidale dell’economia non potrà deludere. Per avere evitato due volte il disastro in Europa, con i rischi di una pesantissima procedura di infrazione, e avere preso posizioni saldamente ancorate alla collocazione europea e transatlantica, il Conte che sceglie l’interesse generale e fa del profilo istituzionale una missione di governo al servizio della crescita e della centralità del Mezzogiorno ha le carte per ambire alla guida di entrambi i governi possibili tra quelli che servono al Paese.

Per un papocchio c’è ovviamente sempre tempo e non glielo consigliamo. Nella scelta di Conte, come è lampantissimo, si tratterebbe di un’apertura di credito per quello che potrebbe fare, non come nei due casi precedenti di una designazione per ciò che hanno dimostrato di sapere fare. Riteniamo che ci si possa provare. Probabilmente questi nostri ragionamenti lasciano il tempo che trovano, il teatrino italico della politica proverà a attraversare indenne anche il solleone di Ferragosto. Non crediamo però che questa volta Mattarella glielo consentirà troppo a lungo e, soprattutto, lavorerebbero tutti per il “Ribaldo” che tornerà a lanciare i suoi slogan da spiagge e piazze e per i suoi seguaci, giovani e anziani, che si sentono in libera uscita e hanno già ripreso a fare il male del Paese giocando con l’euro e con l’Europa. Non vogliamo nemmeno pensarci. Non lo sappiamo, sui social non ce lo dicono.