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Arrendersi a un Governo Conte è l'unica chance: Basta giochini

Dopo giorni di doppi e tripli giochi è l’ora della stretta finale

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Didascalia Foto: 
Giuseppe Conte e Sergio Mattarella
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4 minuti m 29 secondi sec

È venuto il momento della stretta finale. Dopo giorni di doppi e tripli giochi, di avvelenatori di pozzi scatenati, ci si sta rendendo conto che le vie possibili per uscire dalla crisi non sono infinite. Soprattutto bisogna mettersi d’accordo su un punto che non si mette esplicitamente a verbale, ma che è dirimente: si concorda o no sull’analisi che dovremo a breve fare i conti, non solo figurati, con una situazione pesante tanto sul piano interno quanto sul piano internazionale?

Tutta una serie di figure autorevoli che occupano vari punti chiave del sistema-Italia premono perché si parta da questa analisi. Se lo si farà non ci sono molte vie d’uscita ragionevoli. Ritornare a un governo che di fatto si arrenda a Salvini appare a tutti molto, molto rischioso. Il leader della Lega ha allarmato troppi, non si mostra capace di contenere le sue pulsioni verso la demagogia, e la sua offerta ultima di dare ancora più spazio all’ala meno responsabile dei Cinque Stelle pur di rimanere al potere non serve certo a fargli riguadagnare credibilità.

ALTERNATIVA FANTASMA

L’alternativa, se si vogliono evitare elezioni anticipate che in queste condizioni, visti anche gli ultimi peggioramenti del quadro, si presentano davvero come un risiko poco attraente, è solo favorire il formarsi di una maggioranza alternativa fra M5S, Pd e qualche piccolo gruppo. Non che sia una soluzione che offre garanzie assolute di solidità e durata: tutti hanno visto, grazie a questa pazza crisi, che, a parte una certa momentanea ampia volontà di evitare lo scioglimento delle Camere, tutte le forze coinvolte in questa operazione sono percorse da tensioni, fratture e vincoli di tipo pseudo-identitario. Tuttavia una via d’uscita dalla crisi che fosse di altro tipo non si è riusciti a trovarla.

LA DISCONTINUITÀ

Lo scoglio sommerso con cui si è dovuto fare i conti in questa navigazione è concentrato in una sola parola: “discontinuità”. Ovvio, perché veramente non si sarebbe saputo come spiegare alla gente che si rompeva un governo per andare avanti come se niente fosse dopo aver detto, sia dentro che fuori il Parlamento, tutto il male possibile di quanto era accaduto. Ci si è subito scontrati, però, con la difficoltà di stabilire cosa potesse segnare una reale discontinuità dal governo gialloverde. Dire che questo sarebbe stato il cambiamento del premier poteva essere emblematico, ma fino a un certo punto. Giuseppe Conte è pur stato quello che ha rotto con la Lega già da tempo sulla gestione della presenza italiana in Europa (e forse anche con una parte di M5S) e che ha badato a ritagliarsi un’immagine di quasi-arbitro negli scontri interni (si pensi alla vicenda Tav). Poi ha clamorosamente rotto con Salvini nelle sue dichiarazioni finali prima di dimettersi.

Si è dovuto constatare in questa settimana che alternative alla sua figura non era facile trovarle: era pur sempre una indicazione del partito di maggioranza relativa (ribadita con fin troppa foga, tanto da risultare un po’ sospetta), aveva maturato una certa presenza e apprezzamento internazionale che non erano presenti nelle figure “terze” di cui si sono avanzate improvvisate candidature, dava garanzia di non poter tornare sotto l’ala salviniana visti gli ultimi scontri. Infine, diciamolo onestamente, Conte è professionalmente e culturalmente un uomo dell’establishment, cosa che può aiutare nel rapporto con le classi dirigenti di questo paese.

IL RICORDO DI ANDREOTTI

Non aveva l’aura dell’uomo della svolta di sinistra, o para-populista (dopo qualche ingenuo scivolone iniziale), ma come sempre questo è un vantaggio quando si devono operare cambiamenti che potrebbero allarmare. Giustamente è stata ricordata la scelta di Andreotti, dc di centrodestra, per gestire la fase di inserimento del Pci nel sistema di governo: una scelta di Moro, che era attento a non forzare equilibri, che fu accettata da Berlinguer. Nel caso di Conte c’è però una differenza non da poco con quell’illustre precedente: Andreotti era un navigato capo-corrente con una lunga presenza e con una vasta rete di relazioni nel sistema politico-amministrativo, cosa che l’attuale premier dimissionario non può vantare.

Per tutte queste ragioni il Pd non dovrebbe avere troppe difficoltà a ritirare il suo veto sul Conte-bis. Ha altre non piccole armi per segnare la discontinuità: la revisione profonda e con personale molto qualificato della squadra governativa. E’ qui che può costringere Di Maio a uscire dall’ambiguità della sua posizione, perché a fallire nel precedente governo molto più di un premier che si è tenuto abilmente al margine dei vari pasticci messi in essere da molti suoi ministri, è stata quella che una volta si sarebbe definita la “delegazione M5S” al governo: ed era quasi tutta una delegazione targata Di Maio.

L’ULTIMO MIGLIO

Ovviamente la difficoltà dell’ultimo miglio della trattativa sta proprio qui: il capo politico pentastellato ha capito benissimo che questa è la posta in gioco e non vuole uscire ridimensionato dalla trattativa, per cui pensa di poter rilanciare con la ormai nota storiella dei due forni. Crediamo però che sia un’arma poco efficace, perché ad un esecutivo di revanche salvinian-dimaiana sono pochi a essere disposti ad arrendersi, consapevoli dei costi che comporta e del suo corto respiro.

Se salta la possibilità di un esecutivo Conte-bis di ragionevole discontinuità politica, che però ripristini la continuità delle nostre tradizioni di gestione non (troppo) avventurista della presenza italiana, non restano davvero che le elezioni anticipate. Con tutti i problemi che comportano venendo a collocarsi in quel quadro che abbiamo cercato di evocare in premessa. 

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