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Ultima chiamata per l'Italia: Va ricostruita concordando con l’Europa un piano triennale di investimenti, a partire dal Sud

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Sergio Mattarella con Giuseppe Conte
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Ciò che è successo a Matteo Salvini dovrebbe essere di insegnamento a Luigi Di Maio, ma evidentemente non lo è. Non bastava il parallelismo tra il Papeete Beach di Milano Marittima e il bagno di folla nella spiaggia di Palinuro con la stessa identica fuga dai luoghi della democrazia per trovare rifugio nel popolo ovviamente dei vacanzieri. L’uomo in giacca e cravatta dei Cinque Stelle, sotto il vestito niente, fa in bermuda il Di Battista di turno o il Salvini del Beach tour nei giorni della folle crisi di Ferragosto che ha messo a dura prova l’equilibrio psichico di una nazione. Il leader leghista ha perso quindici punti nel gradimento di fiducia dei cittadini per un errore, un capriccio, un delirio di potenza, non si sa.

È apparso improvvisamente “nudo” davanti ai suoi elettori, senza più il tocco magico, quasi imbambolato: me ne vado, anzi resto; mozione di sfiducia, governo a casa anzi no ho scherzato, se sei pronto per me tu Di Maio premier vai benissimo, se ci mettiamo insieme vedrai che i no diventano sì. Tutto riprenderà a filare liscio come nei primi sei mesi. Poltronite, poltronite mia, che cosa si fa per te! Poteva essere da meno di Salvini, il “gemello” Di Maio: sfido chiunque a dire che ho chiesto il Viminale, ma sia chiaro che o sono vice-premier o salta tutto; va bene la Difesa ma non potete umiliare il mio ruolo politico. Non si può, serve discontinuità? Allora di vicepremier non ne facciamo due ma tre, l’importante è che io sia lì come capo del movimento.

Non bastano le dichiarazioni di facciata, dopo le consultazioni al Quirinale, per allontanare da sé le accuse di pratiche sottobanco da manuale Cencelli. Un uomo politico di lunghissimo corso che ha fatto la storia della Dc era solito ripetere: quando la confusione è tanta, il massimo della velocità è rimanere immobile. Consigliamo a Di Maio di rimanere immobile e di rendersi conto che la stagione delle dirette Facebook e della povertà abolita dal balcone volge al termine, e più che esporsi, esattamente come i Di Battista, il campione del trasformismo Paragone, e i tanti predicatori del nulla, farebbe bene a nascondersi un po’, il tempo permette di dimenticare le balle, e aiuta a ricominciare.

Si può provare a passare dal Di Maio I al Di Maio II con l’intento che il secondo annulli il ricordo del primo. Coltiviamo il sogno che questa ubriacatura populista-sovranista dell’irrealtà alla Salvini e alla Di Maio, peggio di loro c’è solo Boris il Furbetto che vuole chiudere il Parlamento inglese fino al 15 ottobre, possa sciogliersi per sempre nel calice amaro della verità che hanno bevuto gli italiani e restituisca loro la consapevolezza del valore della competenza, della fatica dello studio, della serietà dei comportamenti, della regola che diventa sostanza, della politica estera che non è roba da Bar sport alla Borghi o alla Bagnai, come comincia a capire perfino Salvini con le cicatrici sovietiche e americane che gli rigano l’abbronzatura.

Il Conte bis avrà assolta la prima delle sue funzioni se regalerà al Paese la decantazione necessaria per tornare in sé e rendersi conto che l’incompetenza (non altro) dura, per essere precisi, quasi da una generazione perché il Pil reale pro capite di un italiano di oggi è inferiore a quello del Duemila. Al posto che continuare a declamare vuoti slogan e prendersela con la Merkel e il Macron di turno sarebbe bene concentrarsi sull’ultima possibilità (reale) che l’Italia ha per salvarsi dal baratro. Sfruttare il nuovo ombrello monetario aperto da Draghi che abbassa i tassi e le difficoltà che spingono tedeschi e olandesi a studiare maxi piani di stimoli economici di decine e decine di miliardi e a parlare esplicitamente di sforamenti possibili al trattato di Maastricht, per chiedere e ottenere di escludere un piano triennale di investimenti pubblici in infrastrutture, a partire dal Sud, dal conteggio degli obiettivi di deficit adottando come regola il saldo corrente e non più il saldo totale.

Con le buone maniere, le alleanze giuste e le competenze necessarie questo risultato si può raggiungere. Significherebbe dopo un ventennio di dominio miope della classe politica nordista, che ha puntato solo a saccheggiare il bilancio pubblico italiano togliendo indebitamente al Sud e regalando al Nord, per arginare con l’assistenzialismo gli effetti dei vincoli europei nell’economia familiare dei ricchi, iniziare davvero una politica economica di cambiamento che faccia del Mezzogiorno la priorità nell’interesse di tutti. Questa è la (vera) sfida da affrontare e vincere per la quale ha senso avviare l’esperimento di un Conte bis.

Se Di Maio che è arrivato in Parlamento portando in dote il granaio elettorale del Sud si applicasse su questo punto, ritroverebbe una ragione strategica per l’impegno suo e del Movimento in politica. Il Di Maio II potrebbe dire ancora qualcosa che resta non reclamare poltrone che non avrà e, comunque, non servirebbero. Al massimo, potrebbero ricongiungerlo alla auto-disfatta di Salvini.

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