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L'incarico a Conte, riequilibrio per non svendere l'Italia
I vantaggi della normalità in Europa e gli ostacoli da superare

Vincere i pregiudizi della parte più miope per tornare a crescere alla grande e liberare il Paese dai cantastorie che raccontano una realtà che non esiste più. Altrimenti mani rapaci francesi, tedesche e cinesi faranno di noi un sol boccone

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Didascalia Foto: 
Sergio Mattarella
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 Vi rendete conto della differenza tra la consapevolezza e la passione delle parole di Giuseppe Conte dopo l’incarico ricevuto dalle mani di Mattarella e l’eloquio ripetitivo e sconnesso, a scatti, quasi da giocattolo rotto, con cui nella stessa posizione, appena uscito dal colloquio con il Capo dello Stato, si è espresso il giorno prima il leader della Lega, Matteo Salvini?

Capite la differenza tra chi vuole restituire all’Italia il ruolo di Fondatore che merita in Europa, la dignità e il rispetto del mondo, e di chi salta quasi tutti i vertici internazionali a cui è regolarmente invitato come ministro  dell’Interno, riesce a farsi giudicare inaffidabile perfino dai suoi alleati naturali Trump e Putin, e chiude in uno sgabuzzino dove si rifiuta di entrare anche Farage la messe di voti raccolta dagli italiani alle elezioni europee?

Capite la soddisfazione di vedere certificato  dai mercati ciò che noi conoscevamo bene, il prezzo altissimo che gli italiani pagavano per il vaniloquio alla Borghi o dei campioni del trasformismo alla Paragone o dei professoroni vanesi avanti negli anni con le loro teorie da piano B,  ma che non potevi nemmeno dirlo perché il rumore del plotone di cantaballe populista-sovranista con microfono televisivo pubblico e privato sempre aperto ti sommergeva di epiteti?

Davanti a sé Giuseppe Conte ha, tuttavia, problemi giganteschi. Perché mettere insieme continuità (Di Maio) e discontinuità (Zingaretti/Renzi) non è impresa facile, ma l’uomo ha mostrato di avere il senso delle istituzioni e qualità politiche. Sa di dovere fare una cosa nuova e ne cercherà l’amalgama, di sicuro ci proverà a far capire a Di Maio che l’interesse generale coincide con il suo interesse politico perché bisogna misurarsi con le partite (vere) della crescita sana, a partire dal Sud, e dell’ambiente, smettendola con il vocabolario della demagogia e i giochini assistenzialisti mascherati da strumenti per la nuova occupazione. Si è scelto un ruolo alla Prodi e farà di tutto per essere all’altezza.

Davanti a sé Giuseppe Conte ha problemi giganteschi perché dovrà fare i conti con il pregiudizio della parte più miope del Nord che parla senza sapere di che parla di  un ‘Governo del Sud’ e vuol così dire di un governo che ignorerà le loro esigenze, a partire dall’autonomia differenziata, e che chissà perché dovrebbe  calpestare la  parte più sviluppata d’Italia per abbracciare i desiderata di un Mezzogiorno, a loro dire, corrotto e sprecone.

Per rispondere a tante parole in libertà basterebbero i tassi di interesse ai minimi storici (sotto l’1% per i BTp a 10 anni) che di certo fanno bene ai conti delle imprese e delle famiglie della parte più ricca del Paese. Come fanno a non vedere che il ritorno alla normalità in Europa aiuta la fiducia, gli investimenti e la crescita sui mercati globali? Che la  soluzione di una crisi, parola di Fabrizio Galimberti, pone fine alle penose smargiassate di un ministro dell’Interno che, quasi fossimo all’ottobre del 1922, voleva pieni poteri, senza dover più governare «con le palle al piede»,  e risulta, dunque, assolutamente nell’interesse di tutti? E che è certamente nell’interesse del Nord che l’assistenzialismo dei 5Stelle venga temperato da un partner di governo che, senza le intemperanze della Lega, abbia mostrato di tener conto degli interessi dei produttori?

Noi ci permettiamo di ricordare al Presidente Conte che nessuno in Europa e nel mondo, finita la sbornia per avere tolto dal tavolo della crisi mondiale l’anomalia sovranista-lepenista di Salvini, farà sconti a lui e all’Italia più di tanto. La virulenza della crisi internazionale paradossalmente  aiuta il Presidente del Consiglio italiano perché offre la sponda per chiedere maggiori margini di flessibilità e ovviamente sarà utile sfruttarli.  Se vorrà fare davvero il bene del Paese e conquistare un posto nella storia dovrà, però, risolvere il  problema del riequilibrio territoriale che è una cosa lievemente diversa e, decisamente, più complessa della redistribuzione. Un’Italia non riequilibrata è un problema per tutti, non si tratta di dare qualcosa al Sud perché glielo ha rubato il Nord (cosa  sacrosanta di cui tenere conto) ma di capire come può l’Italia tornare a essere un protagonista di grandi dimensioni nell’arena della competizione globale. 

Perché se ciò non avviene si riduce a una porta aperta, attraverso la quale si attuano allora sì le elucubrazioni da ultima spiaggia di Salvini sulla svendita dell’Italia, perché un Paese Arlecchino e frazionato tra ricchi egoisti e poveri abbandonati (quello dell’autonomia differenziata, appunto) è facile preda di chiunque gli è intorno. Questo è il punto. Evitare che mani rapaci francesi, tedesche e cinesi facciano un solo boccone di un Paese territorialmente squilibrato e popolato di squilibrati che raccontano un sacco di balle. Abbiamo schiere di cantastorie che passano il tempo a fare credere a un popolo gregge che l’Italia è ancora quella di trenta/quaranta anni fa quando eravamo, ad esempio, i primi al mondo nella chimica di base non in quella minuscola di specialità come è oggi su scala europea. L’operazione verità sulla spesa pubblica allargata, condotta da questo giornale, è un atto d’accusa contro la miopia politica rapace del Nord e la irrilevanza della classe dirigente meridionale, ma ancora prima sono i numeri che servono - al Nord come al Sud - per tornare a ragionare in grande e mettere le basi oggi per essere tra vent’anni quello che siamo stati quarant’anni fa. Si concentri, presidente Conte, sull’obiettivo del riequilibrio e faccia una squadra di ministri all’altezza per realizzare un obiettivo così ambizioso. 

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