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Nuovo Governo, la coalizione civile che serve all'Italia

I giochini di potere del Conte bis e il primato della società necessario per realizzare il progetto politico

Economia, Chiesa e cultura operino per evitare di diventare noi i vassalli di chi ha il coraggio di affrontare la crisi globale. Quegli egoismi nostrani a fari spenti sull’orlo del burrone e i Grandi con cui dobbiamo misurarci

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Giuseppe Conte
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La coalizione dei volenterosi della classe dirigente italiana. Dalla Chiesa operaia al mondo universitario delle sue eccellenze nascoste. Fino al sindacato. Suggerisco a Zingaretti di prendere esempio da Landini che quando parla di futuro non dimentica mai Mezzogiorno e investimenti, può essere il nuovo Di Vittorio, lo penso ogni giorno di più. Di questa rete di  trasmissione ha bisogno il Conte bis se non vuole retrocedere a inciucione e durare poco più di qualche mese.

Quanto agli strategici ceti produttivi, nutro fondati dubbi sulle capacità culturali e etiche di ragionare da classe dirigente e uscire dal loro “particulare” che è l’interesse personale del Guicciardini. Sarebbe bene andare a pescare dove vi è meno attività lobbistica organizzata e più apertura globale, capitale proprio e priorità alla ricerca. Anche nel Paese dei subfornitori e dei contoterzisti ci si può provare. 

Il fondamento di ogni ripresa di progetto politico è che la società si impegni a sostenere il governo nella realizzazione di quel progetto politico, lo senta suo, contribuisca a renderlo vivo e a trasferire la fiducia contagiosa necessaria. Altrimenti il governo, prima o dopo la sua formazione, comunque presto, cade inevitabilmente vittima del Di Maio di turno, imitatore consapevole o meno di Salvini.

Di qualcosa, per capirci, che ha rischiato di portare il Paese all’isolamento internazionale e lo ha fatto già precipitare ai minimi storici di reputazione sui mercati e, addirittura, così in basso nell’economia reale, da finire sotto lo zero, non dopo anni da locomotiva tedesca ma dopo un decennio  di progressivo impoverimento strutturale che fa dell’Italia l’unico Paese europeo a non avere raggiunto i livelli pre-crisi. Si è fatto abortire il tentativo in atto di rialzare la testa anche grazie alla spinta della congiuntura estera e lo si è fatto, senza consapevolezza, con un tasso di leggerezza superato solo da quello dell’incompetenza. 

Da questa esperienza fallimentare si può ripartire solo prendendo coscienza dei risultati conseguiti che sono brutti, molto brutti, mettendosi in discussione e ritrovando la passione che solo i grandi hanno dentro per ricominciare proprio imparando dagli errori. 

Non è facile per tale genìa di inventati della politica che ritengono, per questa via, di essere diventati classe dirigente, ma è assolutamente necessario se vogliono almeno aspirare a diventarlo in futuro. Alternativamente, anche se non lo sanno, lavorano alacremente per tornare da dove sono venuti, per tornare a fare i venditori di panini o per tornare a cercare un primo impiego. Nessun governo che deve salvare il Paese dal baratro, è il caso dell’Italia, questa non altre  è la verità, può riuscire nell’impresa senza mobilitare dietro di sé movimenti di opinione non di interessi.

 È stato così con il centro-sinistra, in un Paese che stava molto meglio e faceva ancora figli, alle prese con la modernizzazione. È stato così con la citatissima, quasi sempre a sproposito, solidarietà nazionale, dove l’emergenza era il terrorismo e la società civile dimostrò di esistere. Oggi l’emergenza è il mondo che va a scatafascio, hard Brexit, guerra dei dazi Asia-Usa, Medio Oriente che non ce la fa, imminente attacco del solito Trump al cuore dell’Europa che ha nel mirino Germania e Italia. Insomma, la nuova recessione globale è in agguato, ma ciò che più conta sta cambiando il mondo e noi facciamo finta di non accorgercene.

Dobbiamo fare i conti con la sfida ambientale globale e l’emergenza demografica in casa, l’esigenza di una sovranità monetaria condivisa e un minimo di dimensione come Paese per non essere brutalmente spazzati via dalla sera alla mattina e siamo invece divorati ogni giorno da smanie monetarie sovraniste e dalla più egoista (insopportabile) fame che è quella dei ricchi del Nord Italia a spese dei poveri del Sud Italia. 

Sembriamo dei pazzi o degli ubriachi. Non sappiamo più neppure arginare dialetticamente persone viziate che citano numeri falsi e vogliono continuare a saccheggiare, dalla tolda di comando delle Regioni del Nord, il bilancio pubblico per fare assistenzialismo a favore dei ricchi. Puntano a svuotare del tutto la cassa pubblica delle Regioni meridionali azzerando brutalmente la spesa sociale e per infrastrutture di sviluppo,  già indebitamente ridotta di decine e decine di miliardi l’anno con il trucco miope della spesa storica. 

Camminiamo, insomma, a fari spenti sull’orlo di quel burrone dove può precipitare da un momento all’altro l’intero Paese. Dovremmo mettere la testa sui nuovi rapporti di lavoro e sui nuovi lavori e dovremmo capire qual è la vera questione nazionale che è quella dell’unificazione  economica e sociale delle due Italie per fare in modo che quei nuovi rapporti di lavoro e quei nuovi lavori scendano sulla terra dalla luna e si appalesino in qualcosa che si può vedere e toccare. Dobbiamo sopravvivere in questo mondo che cambia rimanendo protagonisti e non diventando vassalli dei protagonisti che sono altri. Chi glielo spiega a Di Maio e ai suoi “fratelli”? 

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