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Sì di Rousseau (79%) al governo M5S con il Pd

Adesso fermare l'assistenzialismo ai ricchi

Finiti i giochetti, un governo di legislatura lanci un’operazione verità sulla ripartizione territoriale della spesa pubblica e per   far ripartire l’Italia ponga al centro gli investimenti in infrastrutture per il Mezzogiorno

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Giuseppe Conte e Luigi Di Maio
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Noi abbiamo le idee chiare. Continuare a buttare spesa pubblica nel cestino assistenziale dei ricchi può allungare la vita di qualcuno di loro e regalare agli amici degli amici qualche prebenda in più nel variegato poltronificio lombardo-veneto. Può contribuire indirettamente a alimentare il volume di attività della criminalità organizzata che ha nelle regioni del Nord i quattro quinti del suo fatturato. Può  sistemare a favore del ceto medio settentrionale i conti con i cascami delle politiche di austerità effetto e causa delle due Grandi Crisi internazionali, finanziaria e sovrana, che hanno determinato in modo combinato danni agli italiani superiori a quelli di una terza guerra mondiale persa. Potremmo continuare all’infinito, ma sbrigativamente possiamo sintetizzare: questo vizietto ha determinato, nel silenzio complice di tutti, il declino del Paese con il brutale ridimensionamento del suo peso nel novero delle economie industrializzate.

Il male italiano si chiama spesa pubblica assistenziale al Nord. In tale flusso di decine e decine di miliardi indebitamente sottratti ogni anno alla spesa sociale e agli investimenti produttivi del Mezzogiorno, con la copertura del federalismo fiscale e utilizzando il marchingegno della spesa storica, c’è il peccato originale degli ultimi due decenni vissuti sotto l’egemonia di una classe politica del Nord, non tutta, che si è rivelata miope perché è venuta sistematicamente a patti con una deriva leghista che ha trasferito i canoni assistenziali romani dei bilanci ministeriali ai carrozzoni regionali del Nord e a un coacervo infinito di società da essi generati o a loro collegati. Questo è il male italiano.

 Vorremmo che i coautori del patto politico del nuovo governo giallo-rosso la smettessero di ripetere il disco ormai rotto, che ascoltiamo da troppi anni, per cui il problema numero uno è la manovra, di cui ovviamente non sottovalutiamo rischi e delicatezze, e si dedicassero piuttosto a perseguire l’obiettivo strutturale dell’unica rinascita possibile per il Paese che è quella di fare del Mezzogiorno la priorità della politica economica e di riaprire, in questi territori, dopo venti anni di abbandono, il cantiere delle infrastrutture di sviluppo materiali e immateriali per restituire all’Italia il suo secondo motore e all’Europa ciò che l’Europa chiede: un’economia con ritmi di crescita almeno pari a quelli spagnoli.

Questa è la sfida politica di un governo di legislatura che vuole finirla con i giochetti e misurarsi in modo serio e consapevole con il ritardo italiano e la crisi internazionale globale che si presenta pesante e densa di incognite. La rinascita (possibile) del Paese parte dall’operazione verità lanciata da questo giornale sulla ripartizione territoriale della spesa pubblica e su un’alleanza per l’Italia, che parta dal Sud verso il Nord, e trovi nella parte più avanzata del Paese la guida e il sostegno di menti illuminate, come Sala e Salvati, che chiedono di ribaltare totalmente la logica autonomista e di riconoscere correttamente la priorità economica del Paese. 

Si deve uscire, in fretta, dalla logica della demagogia e della disinformazione che ispira comportamenti e dichiarazioni di chi ha la responsabilità delle Regioni lombardo-venete in un circuito perverso di scorciatoie autonomiste tanto egoiste quanto nocive. Siamo l’unico Paese europeo a non avere recuperato i livelli pre-crisi, né al Sud né al Nord. Prima prendiamo atto che il regionalismo all’italiana ha bloccato le energie vitali del Paese, allargato a dismisura il divario territoriale, e ha posto quindi le basi strutturali del nostro splendido declino, prima potremo recuperare il ruolo che ci compete in Europa e, cosa molto più rilevante, tornare a unire le  due Italie conseguendo ritmi di crescita che permettano di assorbire almeno una parte di quel poderoso capitale di cervelli che continuiamo a regalare al mondo. 

Non è più tempo di velleitarismi e proclami ideologici, ma di uomini capaci e di visioni politiche di lungo termine. Si faccia una squadra di ministri all’altezza della sfida e si chiamino le cose con il loro nome e il loro cognome. Non si deve avere paura di dire che lo squilibrio regionale è il primo problema del Paese e di chi è la colpa per le dimensioni assunte da tale problema che va molto oltre le evidenti responsabilità delle classi dirigenti meridionali. Non basterà uscire dall’ubriacatura populista-sovranista per salvare il Paese dal baratro. Anzi, se si dovesse perseverare nella tattica, nel doppio gioco che tutela solo l’interesse del ricco, e si continuasse a indulgere alle pratiche stravaganti della piattaforma Rousseau, vecchi e nuovi conflitti di interesse, si lavorerebbe perché chi si è fatto fuori da solo, come Salvini, torni alla grande e condanni tutti noi all’isolamento internazionale e a una deriva velleitaria profondamente diseguale.

Dio ce ne scampi.

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