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Nasce il Conte bis tra novità e conferme. Ma la spesa storica avvelena l'Italia

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Il presidente Conte presenta la squadra di governo
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Sono quasi tutti cerchiobottisti. Noi non lo saremo mai. Sono tutti presi da valutazioni di genere o territoriale sulla composizione della squadra dei ministri del Conte bis. Comprendiamo che, dopo quasi vent’anni di egemonia trasversale del blocco padano come classe di governo, possa colpire una squadra geograficamente meno radicata nei territori lombardo-veneti-toscano-emiliani.

Comprendiamo meno perché non ci si chieda mai come, con questa classe politica al comando di impronta nordista, siamo rimasti l’unico Paese europeo dove il primo motore, il mitico Nord, è ancora 2,4 punti sotto i livelli pre-crisi, e il secondo motore, il Sud ridotto alla povertà dalla costante estrazione di risorse pubbliche operata dal mitico Nord di anno in anno, si colloca addirittura 10,4 punti sotto i livelli di partenza prima della doppia Grande Crisi finanziaria e sovrana. Questa è la fragile Italia di oggi da cui si deve ripartire fuori dagli schemi della propaganda e dai coni d’ombra delle piccole, improbabili patrie, miopi egoismi, isolamento internazionale.

Sinceramente per noi valgono la visione politica, il coraggio delle scelte e le competenze degli uomini di governo. Soprattutto, per noi conta la volontà di dire le cose come stanno e di prendere atto, una volta per tutte, che i lunghi anni del regionalismo predone, il trucco della spesa storica per aprire la cassaforte pubblica e compensare con i soldi degli italiani del Sud i costi sociali al Nord di un’austerità europea o da post- crisi, hanno fatto (molto) male alle due Italie. Hanno indebolito i ricchi: drogati dall’assistenzialismo hanno avuto meno voglia di faticare per crescere dimensionalmente, fare ricerca, conquistare nuovi mercati. Hanno abbandonato i poveri a una deriva sempre più pauperista con tanto di sentenze di condanna a morte del Mezzogiorno da parte dei ceti produttivi cosiddetti forti senza rendersi conto neppure alla lontana che stavano uccidendo se stessi.

Questo è il tema (vero) di un Paese che porta sulle spalle il fardello di una caduta ventennale della sua produttività, uno squilibrio regionale aggravatosi in modo significativo da pregiudicare qualsiasi ipotesi di crescita degna di questo nome, una spaccatura verticale nel capitale di infrastrutture (al Sud lo 0,15% del pil) che dissipa l’opportunità euro-mediterranea con una leggerezza pari all’arroganza con cui si maschera la marginalizzazione della nostra manifattura ridotta al rango di contoterzista e dei nostri (ex) eroi nel grande gioco europeo della finanza e dell’industria.

Un circolo perverso, da spezzare assolutamente, che spinge a inseguire con sempre maggiore arroganza sempre maggiori quantità di droghe battezzate, di volta in volta, autonomia differenziata o sovranismo regionale rivelando un’idea se non altro adolescenziale di che cosa è oggi l’economia globale e di come ci si deve muovere al suo interno. Avere un Presidente del Consiglio che non ha esitazioni di sorta su un ancoraggio europeista e transatlantico per l’Italia aiuta; vale, di certo, in termini di reputazione sui mercati e di minori oneri per collocare i nostri titoli pubblici.

Il sollievo si è già appalesato, può crescere ulteriormente se si fanno le scelte giuste. Piace che si torni a parlare di crescita anche se preoccupano la genericità di esposizione e un declinare di temi sempre indistinto e onnicomprensivo che è il modo migliore per non fare niente e lasciare che tutto precipiti in un lento, inesorabile, impoverimento tra una manovra e l’altra sull’Iva più o meno disinnescata. Noi chiediamo che si giri proprio pagina, Nord e Sud insieme, che si capisca una volta per tutte che se si continua con i piccoli aggiustamenti di finanza pubblica e le trattative europee sul filo dei decimali non si va da nessuna parte.

Questo Paese ha un drammatico bisogno che si compia l’operazione verità sulla ripartizione territoriale della spesa pubblica per dare il via alla grande stagione degli investimenti in infrastrutture di sviluppo materiali e immateriali partendo da numeri certi e condivisi. Il fatto che al posto della ministra Pinocchio, Erika Stefani, agli Affari regionali ci sia Francesco Boccia che, dalle colonne del nostro giornale, ha condiviso l’urgenza di fare chiarezza su un tema così delicato ci rende più fiduciosi. Così come la delega del Mezzogiorno nelle mani di Giuseppe Provenzano, che ha il bagaglio culturale di una grande scuola qual è la Svimez, e quella della Salute - dove più frequenti sono i prelievi impropri del Nord a spese del Sud - nelle mani di Roberto Speranza, ci rendono cautamente positivi. Il Paese tutto, a partire dalla sua parte più avanzata, ha bisogno assoluto di compiere il cammino inverso dell’autonomia, di togliere dal tavolo il veleno della spesa storica, e di tornare a ragionare in grande di new deal ambientale, fare massa competitiva globale con le sue imprese, investire in ricerca e sviluppo facendo rete tra grandi e piccoli.

La nuova recessione globale in agguato è pronta a presentarci, per l’ennesima volta, un conto più salato degli altri, guai a cedere alla solita tentazione assistenziale all’italiana e alle mille scorciatoie dei ricchi. Che non hanno voluto nemmeno il Fondo di perequazione tra le Regioni. Il governo più meridionalista questo Paese lo ha avuto con un trentino alla sua testa, Alcide De Gasperi, e ha posto le basi del miracolo economico italiano che ha consentito a un Paese agricolo di secondo livello, l’Italia tutta non il suo Sud, di diventare prima un’economia industrializzata poi una potenza economica mondiale. Non ci interessa il certificato di nascita di chi ci governa, ma la sua capacità di ragionare da Paese e di affrontare il problema dei problemi. A chi pensa che si è toccato il fondo e si può solo risalire, diciamo che non ci conosce. Si può fare peggio e tornare a scavare ancora più giù. Ovviamente non ce lo auguriamo.

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