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Il Paese malato non si cura con i facili entusiasmi: la mano europea da non sprecare e la sfida da vincere

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Gentiloni e Conte
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Siamo davvero uno strano Paese. Fino a qualche settimana fa eravamo il grande malato d’Europa e il rischio Italia conquistava un posto in prima fila tra le nubi minacciose che si muovono nel cielo della nuova recessione globale. Oggi siamo tornati affidabili, abbiamo ripreso il posto che ci compete come Fondatore dell’Unione europea, e siamo addirittura accerchiati da chi, in una nobile gara tra giornali, televisioni e siti, ci racconta come il Paese oggetto delle migliori attenzioni della nuova Commissione europea e della sua Presidente, Ursula von der Leyen.

A sentire i resoconti nostrani non abbiamo più problemi: disinnescare le clausole di salvaguardia dell’Iva, qualcosa che vale 23 e passa miliardi? Bazzecole, nemmeno ce lo chiederanno più. Deficit al 3% del pil e non più sotto il 2%? Che problema c’è, sono tutti lì per stenderci un tappeto rosso, li abbiamo liberati dal problema Salvini, non ci potranno mai dire di no. Ci pensano Conte, Gualtieri, Gentiloni, siamo tornati a casa, hanno tutti solo una gran voglia di accontentarci. Povera Italia!

Nessuno più di noi ha conteggiato, ogni giorno che Dio manda in terra, il costo del vaniloquio prima giallo-verde, poi sempre meno giallo ancorché dilettantesco e sempre più verde professionale. Il populismo e il sovranismo hanno pesato sulla reputazione dei titoli sovrani italiani e hanno presentato un conto salato a tutti noi. Un Paese piccolo come l’Italia, per quanto ricco di storia, economia e valori, ha bisogno di una sovranità monetaria condivisa (euro) per essere meglio tutelato e ha tutto da guadagnare da tenere il suo maxi-debito pubblico attaccato al treno europeo.

Passare, però, dalla rovina futura imminente per eccesso di sovranismo alla salvezza celestiale per effetto di ritrovato europeismo sono due estremismi che appartengono alla favola regressiva italiana.

Meno male che Conte, Gualtieri e Gentiloni, di sicuro, non abboccano. Meno male che uomini di esperienza e di competenza come Boccia e di studi e di passione meridionalistici come Provenzano sono stati messi nella macchina di comando dove si gestiscono processi delicati quanto dinamite pura quali sono l’autonomia differenziata e il riequilibrio territoriale. Nei confronti di tutti ci permettiamo di insistere, lo faremo ogni giorno, con un consiglio non richiesto, ma a nostro avviso decisivo. Affrontino e risolvano gli esistenti problemi italiani e non si balocchino più dietro l’inesistente colpa europea, di turno, e smettiamola di intestarci sconti e aiuti che, poi, forse, ci saranno solo in parte.

L’Italia tutta deve tornare a investire sul suo Mezzogiorno dopo vent’anni di ubriacatura regionalista che si è rivelata la cassaforte dei ricchi. Per colpa dell’egoismo del Nord e della sua ingombrante rendita assistenziale, abbiamo rimosso il Mezzogiorno e ora dobbiamo tornare a ricucire l’Italia addirittura con strade, treni veloci, porti, aeroporti, reti e tecnologia. Questo è il peccato capitale della nostra classe dirigente degli ultimi venti anni. La vituperata Europa, su questo punto, non ha mai dato tregua alla miope classe politica nordista, e ora è pronta a darci una mano vera. Non sprechiamola.

Togliamo il futuro del Paese dalle mani predone della classe politica locale del Nord e da quelle altrettanto fameliche e poco capaci della classe politica locale del Sud. Si esca dalla logica annuale delle finanziarie e si concepisca un disegno di sviluppo di medio termine. Soprattutto, si faccia in modo che gli uomini dello Stato-economia siano in grado di fare il loro e non si nascondano dietro la rendita del risparmio postale in Cdp e che gli aiuti pubblici e bancari a singoli privati delle grandi opere da salvare o da rilanciare (perché si chiama Progetto Italia se si pensa al mondo?) facciano ripartire l’industria delle costruzioni.

Se non si affronta il tema della sua riunificazione economica, l’Italia non crescerà mai come dovrebbe e, alla prima folata di crisi, si ritroverà disarmata e più povera.

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