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Conoscere il Paese per cambiarlo: oggi il discorso programmatico di Conte per chiedere la fiducia in Parlamento

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Giuseppe Conte
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Che cosa dovrà dire il premier Conte presentando il suo governo al paese? Lungi da noi l’idea di suggerire linee o misure di intervento su cui prendere solenni impegni: quelle le sceglierà il presidente che chiede la fiducia al Parlamento e a chi scrive analisi e commenti toccherà solo il compito di valutarle sine ira ac studio, come si diceva un tempo lontano quando andavano di moda queste citazioncelle in latino.

Ci permettiamo invece di sollevare due temi che crediamo non dovrebbero interessare solo al governo che cerca la fiducia e neppure solo al Parlamento che valuterà questa richiesta, ma temi che dovrebbero aprire una riflessione in un paese come il nostro il quale vive sempre più un complicato e difficile momento di transizione. Il primo riguarda la necessità di promuovere un massiccio disarmo del dibattito pubblico.

In Italia non c’è, fortunatamente, la libertà di armarsi senza limiti come negli USA, ma monta sempre più la licenza di armare le parole senza pensare che anche quelle possono essere strumenti che provocano gravi ferite nel corpo sociale. Non ci riferiamo solo ai cosiddetti “odiatori da tastiera”, gente povera di spirito che si illude di essere importante perché insulta questo o quello. È un fenomeno riprovevole, ma che è sempre esistito, solo che una volta non disponeva degli strumenti per farsi vedere da un numero di persone potenzialmente grandissimo.

A preoccupare di più è lo spirito di fazione che anima la politica italiana, dove soggetti che dovrebbero avere almeno un minimo di formazione e di cultura fanno sempre più uso del ricorso all’insulto personale, alla creazione del mito del nemico diabolico. Vedere usare argomenti risibili come “non ci siederemo mai al tavolo con Renzi e Boschi”, dobbiamo impedire che facciano presidente Prodi dopo Mattarella, bisogna impedire che Salvini sdogani il fascismo (sino ad attaccarlo con post che lo invitano al suicidio e tirano in ballo sua figlia: davvero un comportamento indegno di persone raziocinanti), fa dubitare dell’equilibrio del nostro sistema di comunicazione.

D’accordo, il fenomeno non è nuovo. Gli scontri sono stati durissimi ai tempi bui della guerra fredda (ma si aveva anche un po’ di senso dell’umorismo riducendoli alle sagome di Peppone e don Camillo), però poi sono stati archiviati. Purtroppo li abbiamo riesumati ai tempi del berlusconismo e qui tanta gente, anche di quella che crede di vantare pedigree intellettuali ed accademici, dovrebbe fare un bel mea culpa visto quello che ci ha lasciato in eredità. Tuttavia rituffarsi oggi in maniera irresponsabile in questo clima da guerriglia estrema fra fazioni è ancora più irresponsabile di prima, perché adesso dovremmo avere preso coscienza che siamo di fronte ad un tornante storico che richiede coesione e collaborazione se vogliamo evitare che l’Italia passi definitivamente dalla stagnazione al declino.

Qui veniamo al secondo tema che vorremmo sollevare. Purtroppo bisogna constatare che non c’è una consapevolezza diffusa di quel che ci troviamo ad affrontare. E’ tutto un rincorrersi di “percezioni”, un fare affidamento su “sensazioni”, un prendere per buone analisi e ricostruzioni della realtà che sono partorite solo dalla fantasia di chi crede di conoscere segreti e retroscena capaci di dare un senso alle sue paure o alle sue utopie. Invece questo Paese avrebbe necessità di conoscersi davvero. Quando nell’Ottocento fu fatta l’unità d’Italia, dopo le comprensibili euforie per l’impresa compiuta, ci si rese conto che in realtà non si sapeva bene con quale paese si avesse a che fare. Ci fu un gigantesco sforzo di raccogliere dati, di fare inchieste (famosa quella “agraria” che svelò la povertà di tanta parte del paese), di arrivare a conoscenze scientifiche. Fra il resto così si faceva in quel periodo in tutta Europa: fu il trionfo della “statistica” come nuova scienza oggettiva capace di fissare l’immagine vera del mondo con cui si aveva a che fare.

Magari oggi crediamo di avere anche troppa statistica, tendiamo a sottovalutare il certosino lavoro continuo dell’Istat quasi fosse riducibile solo ad inventarsi il famoso “paniere della spesa” su cui misurare i consumi, siamo diffidenti verso il profluvio di inchieste “sociologiche” le quali non sempre appaiono esenti dal ricercare conferme a quello che si è deciso prima di dover trovare. In realtà questo paese conosce sé stesso in maniera approssimativa, soprattutto rifiuta di vedere certificati i suoi disequilibri. Valga l’esempio dei risultati delle prove Invalsi e Pisa sui nostri studenti, che troppi docenti ritengono offensive del loro lavoro e che vengono regolarmente svalutate perché mettono in luce un sistema ben lontano dal garantire una omogeneità geografica fra i livelli di apprendimento.

Così, tanto per continuare, chiudiamo gli occhi sul fatto che gran parte delle persone, ma i giovani in specie, hanno un controllo limitato della nostra lingua, non sono in grado di capire testi un minimo complessi, per non dire che hanno un’idea fantasiosa di come funzioni una democrazia parlamentare (ma in questo campo hanno tanti riscontri da parte di una buona quota dei nostri politici). Però poi ci si scandalizza perché gli immigrati conoscono male la nostra lingua … Si potrebbe naturalmente andare avanti ed estendere le considerazioni a molti campi della vita sociale, economica, culturale, religiosa.

Bisognerà prendere coscienza che se si vuole confrontarsi davvero su come far progredire questo paese, su come cambiarlo, sarà necessario innanzitutto conoscerlo. Per farlo occorre una grande operazione che ne tracci una mappa approfondita, che metta a disposizione una radiografia di quel che è l’Italia d’oggi. Deve essere un risultato asettico, che non paghi pegno a nessuna ideologia, perché deve diventare la base condivisa su cui innestare poi una dialettica e un confronto politico costruttivo. Qualcosa che coinvolga non solo tutte le forze presenti in parlamento, ma anche tutte quelle attive nel Paese.

Questa sì che sarebbe una svolta, e ci rifiutiamo di credere che proporla sia frutto di un cedimento all’utopia.

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