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Ricordo una cena con Jens Weidmann, il Governatore della Bundesbank, in un ristorante della valle del Reno a quattro passi da casa sua, a Francoforte, con cucina e vini tedeschi e la presenza per me confortante di Nina, che ha studiato alla scuola superiore di lingue moderne per interpreti e traduttori dell’Università di Trieste, e lavora per la Bundesbank. Una serata piacevole in cui Nina riesce perfino a farmi emozionare perché mi accoglie con i libri che raccolgono i miei “Memorandum” di un po’ di tempo fa e mi dice che i cervelli italiani all’estero se li continuano a girare tra di loro per Internet.

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Mario Draghi

Di quella cena mi colpì lo sforzo contro natura di Weidmann – l’unico che votò contro il Quantitative Easing proposto da Draghi nel gennaio del 2015 per l’acquisto di attività finanziarie per 60 miliardi di euro al mese – di accreditarsi come sostenitore della politica monetaria espansiva voluta dal presidente italiano della Banca centrale europea. Mi colpì perché era così inusualmente accalorato lo sforzo del falco di diventare colomba da risultare ai miei occhi sospetto. Cito a mente un passaggio di quella conversazione privata: “Riteniamo che la politica monetaria espansiva sia la scelta giusta e diamo volentieri atto a Mario Draghi di avere imboccato questa strada. Per noi oggi contano più i posti di lavoro che il risparmio dei ricchi, chi risparmia ha diversi ruoli, è un lavoratore dipendente, è un cittadino, quindi per lui la politica espansiva contribuisce a dare la sicurezza del posto di lavoro, probabilmente pagherà meno tasse e ha il vantaggio di potere decidere di investire una parte del risparmio per comprare una casa”.

Congedandomi da lui continuavo a pensare a queste parole, continuavo a chiedermi se lo dicesse perché ne era convinto e capiva gli errori commessi o perché si rendeva conto che non si può ambire alla successione di Draghi se si è sempre all’opposizione su tutto o ancora più semplicemente perché parlava con un giornalista italiano e voleva a suo modo compiacere. Tra me e me dissi, non ci credo, il falco non può diventare colomba, ma lo capiremo dai suoi comportamenti futuri.

Oggi, sfumato il sogno (impossibile) di succedere a Draghi, sappiamo che mentiva. Il Governatore della Bundesbank, violando il codice etico, ha rilasciato un’intervista al quotidiano tedesco Bild in cui parla del nuovo Quantitative Easing e, cioè, della ripresa di acquisti di titoli di Stato a partire da novembre proposto dal presidente italiano della Bce e approvato a stragrande maggioranza. Weidmann dichiara testualmente: “Dal mio punto di vista Draghi ha superato il limite, si è spinto oltre il dovuto perché la situazione dell’economia non è così grave, veramente negativa, i salari salgono nettamente… si rischia di mettere in discussione i confini tra la politica monetaria e la politica di bilancio dei governi dell’area euro”.

La Bild, quotidiano a larga tiratura che orienta la pubblica opinione tedesca, mostra un fotomontaggio di Draghi con denti aguzzi e mantello rosso di Dracula. “Così il Conte Draghila succhia i nostri conti correnti svuotandoli” è il titolo inequivoco.

Siamo alle solite. L’ex assistente della Merkel può permettersi di fare ferro e fuoco perché non si rispetti l’impegno di completare la Unione bancaria con la garanzia unica sui depositi, una miopia che brucia credito alle imprese e capitali privati al di là di ogni ragionevolezza, può scrollare le spalle per il bubbone gigantesco dei cattivi derivati (subprime) in pancia alla Deutsche Bank o sorvolare sui mercimoni che continuano a fare le Sparkassen tedesche in mano alla classe politica locale al cui confronto il comitato interministeriale per il credito e risparmio (CICR), dove socialisti e democristiani lottizzavano le nomine (oggi non più) per la guida delle casse di risparmio e altro, appare un gioco di ragazzi. Può imperterrito, di fronte alla crescita sotto zero tedesca, ritenere che la Germania non sta così male e non debba rispondere del surplus commerciale, fuori da ogni parametro europeo, e nulla fare, al di là di parole che pure dovrebbero valere qualcosa, perché la Germania in primis e tutti i Paesi della corona del Nord a seguire si muovano per aumentare la spesa, gli investimenti pubblici, e adottare una politica fiscale di maggiore sostegno alla crescita.

Lo chiedono con convinzione i ministri delle Finanze riuniti a Helsinki, solo a parole il banchiere centrale tedesco e i suoi colleghi della corona del Nord a partire da quello olandese. Che addirittura si precipita, con un irrituale comunicato, a bocciare la decisione di Draghi che ha la sola “colpa” di riuscire a guardare un po’ più in lungo degli altri e usa, con intelligenza politica, l’indispensabile arma dell’accomodamento monetario per consentire a classi politiche del Nord e del Sud dell’Europa alquanto irresponsabili di prendere finalmente coscienza della situazione e agire di conseguenza. Il Nord dell’Europa deve uscire in fretta dalle sue malattie rigoriste e tornare a spendere. Il Sud deve fare le riforme strutturali che ha fatto solo in parte e mettere al centro investimenti pubblici e privati (reali) al posto dell’assistenzialismo.

Questa è la sfida che ha l’Europa davanti a sé se vuole sopravvivere e tornare a crescere. Deve fare i conti con Paesi di corte vedute, piccoli e ricchi, dall’Olanda all’Austria, che non hanno mai fatto veramente politica estera e sono terrorizzati dal pensiero che vi sia qualcuno del Sud Europa che operi per portare via loro il proprio benessere. Se ci pensate un attimo è quello che accade con le Regioni del Nord italiano più egoiste terrorizzate dall’operazione verità sulla spesa pubblica richiesta dal Sud. I primi e le seconde sbagliano. Godono di privilegi indebiti e non intendono renderne conto. Se capissero che la crescita si costruisce insieme loro per primi se ne gioverebbero alla grande. Non perdiamo la speranza che ciò avvenga e che, falchi permettendo, avvenga in fretta. Dopo, non servirebbe più, il mondo globalizzato non perdona.