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Sono tornato a Avellino dopo molto tempo e ho trovato una città pulita. Al teatro Gesualdo per ascoltare la lezione del premier, Giuseppe Conte, su “Il contributo dei cattolici nell’Assemblea costituente” ho visto grande partecipazione, una platea di studenti attenta, il colpo d’occhio d’insieme, dopo venticinque anni, di una classe politica irpina che ha impersonificato una lunga stagione democristiana e di governo, presente a ranghi compatti, da Ciriaco De Mita a Gianfranco Rotondi, animatore della giornata. Nicola Mancino, Giuseppe Gargani, Ortensio Zecchino e così via.

Mi ha colpito la forza espressiva di un ottantottenne come Gerardo Bianco, il Professore della famiglia democristiana avellinese. Ha collocato l’esperienza politica di Fiorentino Sullo, di cui sono iniziate le celebrazioni per il centenario della nascita, dentro la storia costituente e repubblicana dove cattolicesimo e liberalismo stanno insieme, ma da cui traspare la grande forza del primo meridionalismo. Consentì di trasformare un Paese agricolo di secondo livello prima in un’economia industrializzata e poi in una potenza economica mondiale. Senza mai permettere che la locomotiva del treno italiano si staccasse dai vagoni di coda anzi facendo sempre in modo che i vagoni crescessero più della locomotiva e il treno del miracolo italiano diventasse sempre più veloce.

C’è l’orgoglio delle Cronache Irpine di Antonio Aurigemma e di Aristide Savignano nelle parole di Gerardo Bianco, ma emerge soprattutto la cultura di governo dove cattolicesimo e laicità stanno insieme con la forza dei Maccanico e dei Capaldo, degli Agnes e dei Cassese, qualcosa di molto profondo che viene da lontano, penso ai De Sanctis e ai Dorso. Nelle parole di un Rotondi scoppiettante si percepisce quanto sia dura la scorza di questa scuola politica che salta da Sullo a Martinazzoli, sotto la protezione di Moro e De Mita, dietro un seme mai sparito che è quello democristiano di ascoltare, capire, unire non dividere, guardare avanti mettendo insieme conoscenza, coraggio e spirito solidaristico. Insomma: dialogare per fare. La pianta di quel seme è ciò di cui ha oggi bisogno il Mezzogiorno, e ancora prima l’Italia. Forse, proprio per tale consapevolezza, tutti i big della politica irpina hanno voluto affidare al foggiano Conte e all’idea a suo modo morotea dell’impegno in politica questo messaggio meridionalistico di fiducia e di incitazione al fare.

L’Italia non ripartirà mai se non recupera il suo Mezzogiorno. Qui devono arrivare gli investimenti, qui si deve voltare pagina, al Nord come al Sud. Qui devono vincere il dialogo e il bene comune. Per questo, probabilmente, la lezione di Conte (di cui riproduciamo a parte il testo per il suo contenuto di straordinaria attualità) inizia proprio con il ricordo di Sullo meridionalista e la modernità delle soluzioni da lui prospettate per tentare di risollevare le Regioni del Sud. “Noi crediamo” – sono le parole di Sullo richiamate da Conte – “alla resurrezione del Mezzogiorno attraverso il Mezzogiorno, non attraverso una forma di “protezionismo politico” degli operai rispetto ai contadini, non attraverso l’abbraccio che venga dal Nord, ma che non modifica se non l’esterno, perché la vera educazione alla libertà deve venire dall’interno, e gli atti di conquista non rappresentano mai affermazioni durature”.

Molte cose da allora sono cambiate, direi quasi tutto. Oggi si deve fare i conti con le nuove macerie del regionalismo predone del Nord e l’eclissi avvilente della classe dirigente del Sud. Sono spariti i partiti, c’è meno voglia di riscatto, prevalgono egoismi e rassegnazione. Il nuovo meridionalismo di cui ha oggi vitale bisogno quasi più il Nord che il Sud deve partire dall’operazione verità sulla ripartizione territoriale della spesa pubblica perché sia chiaro a tutti chi e come ha fatto più assistenzialismo. A chi e dove sono state sottratte risorse per fare infrastrutture di sviluppo e sostenere la crescita competitiva e la valorizzazione del capitale umano.

Oggi l’Italia ha bisogno di recuperare la cultura del dialogo che vuol dire chiarezza sulla ripartizione delle risorse pubbliche e una macchina amministrativa capace di fare le infrastrutture materiali e immateriali. Proprio come un altro irpino illustre seppe fare, Gabriele Pescatore, nella prima ricostruzione. Portando l’acqua in Sardegna e unendo le due Italie con dighe, acquedotti, strade, incentivando la piccola e media impresa, riqualificando territori. Senza rubare una lira, raccogliendo i primi soldi esteri e, soprattutto, rispettando sempre progetti e scadenze. Questo è il nuovo meridionalismo di cui l’Italia ha urgente bisogno, che il Paese intero deve avvertire come urgenza, e di cui Conte dovrà dimostrare di essere all’altezza alla voce fare. In quel teatro si respirava un’aria così, fatta di cattolicesimo progressista, fede e politica, e di perseveranza irpina. Che rispetta i valori della laicità e sa dialogare con il resto del Paese.

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