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Le macerie con cui facciamo i conti oggi, a partire da Taranto, sono essenzialmente figlie di un’idea ventennale dell’Italia che si ferma a Firenze. Si sono bloccati gli investimenti pubblici in più di metà Paese perché alla fine Mezzogiorno sono diventati un po’ anche Roma, metà Abruzzo, metà Marche e si è così tracciata una immaginaria linea di demarcazione. Sopra si costruivano e moltiplicavano i treni veloci, si raddoppiavano, a volte triplicavano le metropolitane, si rifacevano le strade anche quelle che non servivano. Sotto non si faceva niente o quasi e si teorizzava anche il perché: che senso ha fare investimenti pubblici dove non c’è un mercato che te li ripaga? Che senso ha, capite?, fare un treno veloce che collega Napoli a Bari o a Reggio Calabria? Nell’ultimo decennio, si è fatto di meglio: le opere al Nord e molto assistenzialismo sono stati finanziati con le risorse pubbliche dovute alle donne e agli uomini del Sud ricorrendo al trucchetto della spesa storica per cui il ricco diventa sempre più ricco e il povero sempre più povero.

La grande industria pubblica negli anni del miracolo economico e fino alla metà degli anni Settanta programmava i suoi investimenti secondo un’idea di Paese che comprendeva intelligentemente Nord e Sud. Poi sono arrivati i capitani di impresa tutto viscere che hanno teorizzato la nuova virtuosa interdipendenza con la grande fabbrica tedesca che diventa padrone in casa nostra e sancisce l’addio a un disegno industriale integrato di sviluppo tra territori italiani che avrebbe garantito più autonomia nel lungo termine e avrebbe evitato la caduta produttiva e dei consumi del nostro mercato interno. A tutti questi sapientoni voglio solo ricordare che senza infrastrutture di sviluppo non arrivano neppure gli investimenti privati. Abbastanza elementare, non c’è bisogno di continuare a offendere tutti quelli a cui si è sottratto indebitamente il portafoglio.

Dico questo perché oggi mi viene in mente Helmut Kohl. Ha buttato giù il muro di Berlino e riunito un popolo. Ha imposto una tassa di solidarietà trentennale ai cittadini della Germania dell’Ovest per la ricostruzione avvenuta dell’Est. La forza politica e la statura internazionale di Kohl sono state preziose per il suo Paese. Con i soldi delle famiglie benestanti della Germania Occidentale non con quelli del bilancio pubblico si è ridotto fortemente il divario tra le due aree e si è perseguita un’idea in grande di Paese che resta un punto di forza anche nei momenti di debolezza. In Italia negli stessi anni qualche scienziato di finanza pubblica, compagno di merenda dell’industrialotto di viscere della bergamasca, ha addirittura concepito e realizzato lo scippo al Sud per cui i soldi dovuti ai poveri sono diventati il bancomat dei ricchi. Che si sono affrettati a fare le pulizie in casa dei tedeschi o i prestatori d’opera con le loro fabbrichette per la grande impresa della Germania riunita. I tedeschi hanno buttato giù il muro e noi invece lo abbiamo rifatto di nascosto in casa nostra. Adesso che ci cadono addosso le pietre non sappiamo dove ripararci.

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