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Basta chiacchiere! Abbiamo scritto ieri (LEGGI). A maggior ragione, lo ripetiamo oggi. Sull’Ilva di Taranto il tempo delle parole in libertà è scaduto. Proviamo una certa tenerezza per questa quotidiana caccia alle streghe. Chi si inventa il socio cinese, chi insegue l’indiano non senza continuare a insultarlo. Tra una chiacchiera e l’altra sulle tutele penali, mentre due Procure indagano, oscillando tra piano A e piano B senza nulla precisare né sul primo né sul secondo. Il richiamo continuo alla qualità assoluta dell’acciaio italiano vitale per la nostra meccanica di precisione e la dolorosa constatazione che i lavoratori dell’indotto sono senza stipendio e i loro datori di lavoro considerano carta straccia i crediti che vantano con il Siderurgico. Pietà!

Se la parola nazionalizzazione fa venire l’orticaria si parli di società a capitale pubblico. La sostanza non cambia. Ci mettano un po’ di soldi lo Stato, un po’ la Cdp, e si usi poi la leva finanziaria delle grandi banche. Non è un mistero che Intesa Sanpaolo cerca opportunità nel Mezzogiorno, è pronta a investire trenta miliardi in due anni, non farà fatica a capire che nessuno le sta chiedendo di fare la Gepi, ma solo al meglio il suo mestiere con la testa e la visione degli ingegneri dell’Imi e dei capi-azienda dell’Iri. Con la clausola di garanzia dello Stato, poi, diventa addirittura una passeggiata.

Penso a Taranto e alla necessità di fare scelte radicali in cui l’industria prevale sulla finanza e il Mezzogiorno diventa la priorità nazionale mentre ascolto Fabrizio Palermo nel suo intervento al 170esimo della Cassa Depositi e Prestiti davanti al Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Quando scandisce “per la prima volta Cdp ha assunto ingegneri, architetti e project manager provenienti anche dalle aziende del gruppo” o “Cdp ha scelto di adottare un modello di presenza diffusa, da Nord a Sud, in sinergia con le Fondazioni bancarie”, capisco che qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta.

Percepisco allo stesso tempo quanto lungo, pieno di insidie, oggettivamente complicato sia il cammino che l’attuale management di Cdp dovrà compiere per dare al Paese un soggetto economico pubblico che metta l’industria prima della finanza e le infrastrutture del Mezzogiorno al centro di un disegno di sviluppo di lungo termine capace di remunerare al meglio gli investitori e di creare occupazione sana. Mi rendo conto che c’è bisogno che le teste girino in senso inverso rispetto a quello che si è fatto fino a qualche anno fa, che non vuol dire che si è sbagliato tutto, ci sono gli errori ma anche scelte azzeccate. Vuol dire che dopo un ventennio di grave distrazione che ha consentito di abolire il Mezzogiorno bisogna rimettere cervello e braccia lì prima che l’Italia tutta si smarrisca.

Mi fa un certo effetto che per sentire un ragionamento di questo tipo ho dovuto ascoltare un ministro dell’Economia che fa riferimento all’Imi, all’Iri e all’unificazione economica che fu e, cioè, a un’altra stagione non a caso la più bella, e un presidente del Consiglio che parla il linguaggio della coerenza meridionalista di De Gasperi in modo naturale e che, riferendosi all’oggi non al passato, parla di gap infrastrutturale che rischia di allargare le diseguaglianze tra Nord e Sud del Paese e di rendere fragili gli sforzi per unire finalmente l’Italia a livello sociale e economico.

Ovviamente tutti non faranno che ripetere che Conte ha detto chiaro e tondo che non vuole chiedere a Cdp interventi congiunturali, ma quanti avranno orecchie per sentire che lo stesso Presidente del Consiglio ha chiesto di lavorare a un progetto di lungo respiro che spazia dalle infrastrutture al dissesto idrogeologico da “Venezia all’estremo Sud” (qui c’è il rischio più alto in Europa) fino all’industria? Potremmo chiamarlo Progetto Italia. Una domanda: se tutti ripetono che l’acciaio dei cinesi non va bene per la qualità della nostra manifattura e che serve quello di Taranto, ci può essere una sola questione industriale più importante di preservare e fortificare l’Ilva e di riqualificare i territori adiacenti?

Ci vuole così tanto a capire che senza l’industria non ci sarà neppure l’ambiente, anzi la situazione di molto si aggraverà? Non si discute l’importanza di sostenere le pmi africane o di finanziare le opere in Marocco e Tunisia, ma a nostro avviso infrastrutture al Mezzogiorno e questione industriale italiana vengono prima. Servono un pensiero industrialista di medio e lungo periodo e buoni ingegneri come quelli dell’Imi e dell’Iri. I secondi stanno arrivando, per il primo si deve lavorare molto.

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