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Se non vogliamo diventare la nuova Grecia servono più Stato, più cultura industriale per acciaio e Compagnia di bandiera. Meno male che c’è ancora una grande banca che non fa il ragioniere dei padroncini del vapore


La cassa è vuota. Anche quando ci mettono qualche spicciolo in più è sempre sulla programmazione di spesa di qualche anno più avanti. Si deve lasciare in mezzo un lasso di tempo necessario per fare in modo che alla data prestabilita quello spicciolo in più sia sparito. Alla voce investimenti pubblici, Mezzogiorno e industria strategica, la cassa è sempre vuota, arriva sempre prima qualche mano rapace che fa tabula rasa e dispensa regalie varie al peggiore capitalismo privato europeo, manutengoli della mammella pubblica che ragionano con le viscere, parlano di ciò che non conoscono e, cosa insopportabile, fanno la morale agli scippati.

Questo giornale, in splendida solitudine e senza mai essere smentito, ha documentato che nell’ultimo decennio ogni anno 60 miliardi di spesa sociale e investimenti dovuti al Sud sono finiti al Nord (prima operazione verità) grazie al trucco della spesa storica per cui il ricco diventa sempre più ricco e il povero sempre più povero. Poiché, anche di fronte a questa evidenza certificata dai dati della contabilità nazionale, si replica che “sì, d’accordo, è vero” ma anche se si desse il giusto al Sud tanto non saprebbero spenderlo, allora abbiamo fatto la seconda operazione verità e abbiamo scoperto, sempre dati certificati della Ragioneria generale dello Stato, che i fondi di coesione destinati al Sud e che il Sud per la vulgata dominante non saprebbe spendere, in realtà non esistono. Sono stati brutalmente tagliati negli anni terribili delle Grandi Crisi per rispettare gli impegni di stabilizzazione della finanza pubblica e le decine di miliardi di cui oggi si favoleggia sono solo specchietto per le allodole perché riguardano la competenza mentre si tengono ben strette le chiavi della cassaforte dove un sistema di venti milioni di persone che avrebbe bisogno di un piano di investimenti da 200 miliardi leva finanziaria incorporata riceve con il contagocce poco meno di 2 miliardi l’anno.

Se continuiamo così, brancolando nelle nebbie di una sinistra elitaria prona alla finanza delle bolle e a una scadentissima classe di imprenditorini del Nord in perenne fame di assistenza e in balìa di una corrente sovranista-populista tanto incompetente quanto litigiosa, il rischio di diventare la nuova Grecia diventa reale. Perché continueremo a ignorare il dato di fatto incontestabile che se non si dà la priorità alle infrastrutture di sviluppo nel Mezzogiorno non c’è nessuna possibilità di stimolare investimenti privati e di avere una seria crescita come Paese. Perché continueremo a considerare una parolaccia la politica industriale e una bestemmia lo Stato in economia facendo conto su un capitalismo privato di infima taglia economica e morale tanto presuntuoso quanto bocciato dai mercati.

Perché sappiamo solo accanirci contro chi ha paura della firma ma di fronte a mostruosità evidenti nell’amministrazione della burocrazia e della giustizia ci giriamo dall’altra parte come anime belle di un Paese della cronica doppia morale che conosce le colpe degli altri e ignora le sue.

Davide Tabarelli, con la sua consueta chiarezza, che è frutto di competenza tecnica e di conoscenza delle cose, scrive testualmente: “La Cdp ha ereditato partecipazioni di maggioranza su società che una volta erano dello Stato e soffocate dai partiti, oggi sono un successo italiano nel mondo. Eni, Enel, Saipem, Snam, Terna, Fincantieri. Bello sarebbe potere pensare di avere un settore privato in grado di risolvere i problemi, ma non c’è”.

Usciamo dall’ipocrisia e diciamo le cose come stanno: se vogliamo dare un futuro all’Ilva e all’Alitalia e cominciare a crescere davvero, abbiamo bisogno di più Stato, più industria, più investimenti nel Mezzogiorno. Abbiamo bisogno di cultura dell’impresa, visione strategica e uomini di Stato. Invece ci ritroviamo con una sinistra che va a braccetto con la grande finanza e i contoterzisti di un Nord assistito dipendente dal Nord dell’Europa. Il doppio gioco del sovranismo leghista che ci ha portato a un passo dal baratro e protesta contro il Fondo Salva Stati dei ricchi che ha fabbricato con le sue mani terrorizzando l’Europa di panzanata in panzanata. La piattaforma Rousseau del Casaleggio minore e l’ignoranza elevata a potere ministeriale con la coazione a ripetere errori e vendette senza (mai) prendere atto della sfiducia totale conquistata sul campo. Meno male che in questo Paese c’è ancora una grande banca che non ragiona da ragioniere dei padroncini del vapore e un Presidente del Consiglio che conosce il valore della straordinaria attualità della coerenza meridionalista degasperiana. Basteranno?

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