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Abbiamo venduto la nostra industria e le nostre banche, ma se non hai più in mano la tua economia chi vuoi che ti ascolti?

Siamo al capolinea, ma non lo sappiamo. Abbiamo alle spalle un passato disgraziato, ce ne stiamo accorgendo, come potremmo non farlo, ma ci ostiniamo a non trarne le conseguenze. L’incredibile di Unicredit è l’ineffabile Jean Pierre Mustier che annuncia di licenziare 8mila persone lo stesso giorno che annuncia maxi utile da 5 miliardi nel 2023 e un buy-back da 2 miliardi, alimentato anche da risparmi fatti di carne umana accompagnata alla porta per 1 miliardo tondo tondo. Lo può fare perché Unicredit non ha più un padrone italiano. Ricordate le Fondazioni prima azionisti di peso ora non più, quell’intreccio italiano perverso tra politica e finanza da spezzare senza pietà? Accontentati, stavano all’attico, sono scese nello scantinato. Oggi Unicredit ha un padrone mobile globale che sono i Fondi che guardano solo al breve periodo e che lui, Mustier, il capo azienda francese, muore dalla voglia di accontentare.

Abbiamo venduto la nostra industria, abbiamo venduto le nostre banche, ma se tu Italia non hai più in mano la tua economia chi vuoi che ti ascolti? Se tu Italia decidi, per sovrammercato, di abolire il Mezzogiorno arrivando a azzerare per venti lunghissimi anni la spesa per infrastrutture e togliere anche gli spiccioli dalle tasche delle donne e degli uomini del Sud, chi vuoi che ti compri più quel poco che il Nord riesce ancora a produrre? Se tu Italia decidi di regalare le grandi aziende pubbliche agli esponenti più rapaci del capitalismo familiare italiano, se consegni per anni le chiavi della tua cassaforte pubblica nelle mani di uomini di finanza che non hanno visione industriale, se hai polverizzato senza fare neppure
un funerale con i cavalli l’unica vera scuola di grande impresa globale che è stata l’Iri, perché mai nel mondo e in casa gli investitori internazionali dovrebbero avere rispetto di te? Se hai la testa di un mentecatto recidivo e lo stomaco di un elefante per fare tutto ciò, ti meravigli, forse, che non trovi uno capace di dare alla compagnia di bandiera un progetto industriale che riporti i suoi conti in utile e innovi finalmente l’offerta turistica nel Paese con il più grande patrimonio artistico, storico e paesaggistico al mondo? Ma di che cosa ti meravigli se dopo avergli scatenato addosso le Procure riunite della Repubblica italiana i franco-indiani, scappati di notte da Taranto con l’alibi perfetto offerto da noi delle tutele penali abolite, ritornano e ti sbattono sul tavolo il loro piano originario di 4.800 esuberi? Ma ci rendiamo conto o no che come Paese stiamo diventando la barzelletta del mondo? Delle due l’una: l’acciaio di Taranto è strategico o no per l’industria meccanica Italiana?

Il risanamento del sito e dei territori industriali adiacenti è strategico o no per riqualificare l’ambiente e candidare il Paese a competere in uno dei più grandi business del futuro? Se continuate a chiedere l’aiuto di qualche privato, cari miei, non ce la farete.

La risposta, in questo caso, può essere solo lo Stato imprenditore. A patto, però, che ci si liberi da tutti questi uomini di finanza che passano il tempo a fare la punta alla matita e si cerchi con il lanternino chi la matita la sa usare per disegnare il progetto industriale che serve. Che cosa aspettiamo a fare rientrare le imprese italiane scappate all’estero, non tutte ovviamente, e a studiare un piano di lungo termine che tenga conto che sono aumentati i salari dei Paesi dell’Est e esamini in profondità il rapporto con la Cina? Non possiamo ridurci solo a fare i pezzi di ricambio per i tedeschi anche se dobbiamo continuare a sperare che la Germania torni locomotiva visto che le nostre manifatture sono così profondamente integrate. Se non torniamo a mettere i cervelli industriali alla guida dello Stato in economia altro che chiacchiere in libertà sul Fondo Salva Stati e se non cominciamo a fare una perequazione infrastrutturale tra Nord e Sud del Paese da 30/40 miliardi mettendo opere e cifre subito in legge di bilancio, possiamo davvero avviare le pratiche per la messa in liquidazione dell’Italia. Prima che lo faccia qualche commissario francese o tedesco, ma di questo passo potrebbe essere anche cinese o russo, faremmo più bella figura a portare noi i libri in tribunale.

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