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Qualcuno trovi le parole giuste per spiegare a Luigi Di Maio, ministro degli Esteri della Repubblica italiana, che cosa significa il colpo di mano di Trump sui cieli di Baghdad. Segna probabilmente l’inizio della campagna elettorale americana, ma rischia di mettere su un piano inclinato il precario equilibrio europeo e di fare danni gravi alle economie tedesche e francesi, figuratevi che ne sarà di noi!

Di che cosa pensi lui, Di Maio, o Grillo o Casaleggio junior dei “ricatti politici” di Paragone e di Di Battista non interessa proprio nessuno. Di che cosa pensi il ministro degli Esteri italiano della revoca della concessione a Autostrade, indipendentemente da ogni giudizio di merito, o della battaglia incostituzionale per abolire la prescrizione e comunicare al mondo che l’Italia è il Paese dei processi eterni, non appassiona nessuno. Poiché, però, queste esternazioni a getto continuo avvengono mentre l’Italia galleggia sul nulla, sparisce perfino dallo scenario libico e rischia di conquistare sul campo la terza recessione, vogliamo avvisarlo che non può essere consentito neppure al più dilettantesco e scassato dei movimenti politici mettere a repentaglio la credibilità internazionale dell’Italia. Tanto meno di scavare la fossa definitiva alle nuove generazioni, continuare a giocare sugli slogan insulsi e le balle spaziali alla Paragone e su chi è rimasto più o meno fedele a quelle amenità elettorali. Avete stufato! L’Italia oggi ha bisogno di un ministro degli Esteri all’altezza della situazione e che si occupi solo di questo, non del bullismo di un capo politico che vive immerso nel recinto indecoroso del suo partito e dei mille brandelli in cui si è frantumato. Se il petrolio schizza alle stelle i petrolieri italiani e gli imprenditori dell’eolico si fregheranno le mani, ma il Paese vive di quote di commercio estero mondiale e gioca in ultima fila nella squadra che sta perdendo, le diseguaglianze all’interno del Paese toccano punte mai raggiunge in passato, i segnali sugli ordini indicano che la fiducia non c’è e che l’economia si contrae ancora di più. Ci permettiamo, a questo punto, di suggerire due punti sistemici su cui l’iniziativa politica del governo italiano e, nei propri ambiti, del suo ministro degli Esteri hanno il dovere di farsi sentire. Ovviamente nelle sedi giuste e con le mosse giuste.

Problema sistemico europeo. Prendiamo atto noi per primi che il nucleo centrale dell’industria si è concentrato in una area molto circoscritta, fondandosi essenzialmente su esportazioni di beni a media tecnologia, macchine di produzione destinate ad alimentare investimenti che però si realizzano dall’altra parte del mondo. Questo si è verificato per l’economia tedesca – in particolare per Baviera, Baden Wuerttemberg e Assia – questo si è verificato per le regioni del Nord Italia – Lombardia, Veneto ed anche Emilia-Romagna.

Queste regioni hanno giocato il ruolo improbo di traino del resto di un’Europa sempre più costituita di periferie marginali. Questo assetto è perdente per le economie forti europee, annulla il ruolo globale dell’Europa, fa perdere a Italia e Francia la leadership competitiva nel Mediterraneo, e condanna i pezzi più importanti della produzione italiana a diventare appendice meridionale di una grande industria tedesca in difficoltà. Loro soffrono, noi ce ne andiamo all’altro mondo. Non c’è più tempo da perdere per chiedere all’Europa di cominciare a fare investimenti pubblici alla grande e fuori dal patto di stabilità sulle nuove tecnologie, sulle infrastrutture ambientali e materiali.

Da un grande Paese Fondatore come l’Italia ci si attende l’esercizio di questo ruolo politico, il rispetto degli alleati, e soprattutto l’influenza positiva nelle scelte di politica estera e economica europee per invertire totalmente il quadro e mettere l’Europa al passo con Stati Uniti e Cina, tornare a creare ricchezza diffusa e lavoro qualificato, competendo nelle leadership tecnologiche globali. Se ciò non avverrà i ricchi dell’Europa di oggi diventeranno prima meno ricchi e, poi, poveri; l’Italia tutta, Nord e Sud insieme, diventerà la nuova Grecia.

Problema sistemico italiano. Riguarda il suo Mezzogiorno. Fa un certo effetto scoprire che il fior fiore degli economisti italiani continua a datare dalla fine degli anni Ottanta e, ancora di più, dalla fine degli anni Novanta, l’inizio del declino italiano e continua a interrogarsi sulle ragioni sistemiche di una crisi strutturale che viene da molto lontano. Non vorremmo urtare la suscettibilità di nessuno ma ci permettiamo di suggerire la prima delle ragioni sistemiche di questa difficoltà italiana.

Si chiama squilibrio della spesa pubblica territoriale che ha condannato il 45% del territorio e più di un terzo della popolazione a vedere fortemente ridimensionata la spesa sociale e, addirittura, azzerata quella per infrastrutture di sviluppo. Inseguendo la chimera del mastodonte tedesco, di suo vecchio nel mondo, e perseguendo l’egoistico principio che si poteva salvare forse il Nord dell’Italia, agganciandolo all’Europa, non il Nord e il Sud dell’Italia, si è rinunciato a uno straccio di dimensione nazionale infrastrutturale e industriale tale da permetterci di competere dignitosamente nel mondo. Questo è il problema sistemico italiano e è frutto del prelievo indebito di 60 miliardi l’anno operato dal Nord a spese del Sud, dando ai ricchi un cospicuo assegno assistenziale che ha nociuto alla crescita sana, e privando i poveri delle condizioni ambientali minime di sviluppo per attrarre investimenti privati e ridurre il divario interno. Si cominci con l’alta velocità ferroviaria che colleghi il Mezzogiorno al suo interno e alle reti del Nord, ma soprattutto si operi unitariamente per preservare a ciò che è sopravvissuto del sistema produttivo settentrionale il suo più ricco mercato di “esportazioni” che è quello delle regioni meridionali del Paese.

Si torni a ragionare con una logica di sistema che può garantire un minimo di dimensione competitiva a livello internazionale. Se il Nord lo capisce, bene, se no sarà la inevitabile deriva greca per l’Italia intera a farglielo capire. Inutile dire che, a quel punto, una così precisa comprensione dei fatti sarà perfettamente inutile.

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