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Che farà l’Olanda che ha avuto come riferimento sempre l’Inghilterra e la sua industria finanziaria dentro l’Europa a 28? Sceglierà ancora di più l’alleato politico tedesco e metterà la Germania alla guida di una nuova “lega anseatica” che, attraverso le città dell’area Nord, si propone di controllare la rotta commerciale dal mondo asiatico in Europa e di insidiare l’Inghilterra sul mercato globale dell’industria finanziaria? Che cosa faranno la Polonia e i Paesi dell’Est che sono storicamente entrati in Europa per merito politico di Londra e della Germania con la sua Ostpolitik nei confronti di territori che considera il suo giardino? Come si comporteranno i giovani polacchi che hanno scelto Londra per scuola e lavoro? Che oggi in parte restano lì nella (ex?) piazza finanziaria del mondo e in parte tornano a casa?

Che cosa farà l’Italia che ha storicamente triangolato con Londra ogni volta che doveva aprire un varco dentro il muro franco tedesco in un rapporto ritenuto privilegiato, magari solo da parte italiana, di fedeltà atlantica? Che cosa aspetta l’Italia a tornare a guardare al Mediterraneo in modo attivo mettendosi alla testa di una serie di cooperazioni rafforzate con Spagna, Grecia e, perché no, a prendere l’iniziativa nell’area balcanica opponendosi al no di Macron a Albania e Macedonia e puntando alla loro integrazione europea? Che cosa succederà con il nuovo budget 2021/2027 per la politica agricola comune? L’Italia avrà di meno o di più, lo avremo in maniera diversa? Una volta eliminato l’alibi britannico che cosa si fa con l’integrazione europea? Sulla difesa la Francia, quando voleva accelerare, bussava a Londra. Oggi che Londra è uscita, che succede?

La Brexit apre un anno di negoziazioni tra governo inglese e Commissione europea in cui tutto può succedere, ma obbliga fin da ora a porsi questi interrogativi. Boris Johnson stresserà la carta fiscale, ma scoprirà molto presto, a sue spese, che il Regno Unito non è più la porta del mondo in Europa. Noi siamo il fanalino di coda per la protervia con cui, a differenza della Spagna, non abbiamo sfruttato il vantaggio della politica monetaria espansiva della Bce di Draghi per fare quegli interventi infrastrutturali necessari a partire dal Sud. Abbiamo fatto, sbagliando, l’esatto contrario.

Possiamo continuare a ignorare il nostro problema sistemico, ma in questo caso anche se rimarremo in Europa ci guadagneremo la nostra terza recessione. De Gasperi a quasi settant’anni si attaccò all’Europa non perché l’Europa era fantastica, ma perché avrebbe potuto meglio veicolare l’interesse nazionale italiano. Si era reso conto che già allora l’Italia non poteva più avere una sua politica estera, ma poteva avere una sua politica estera attraverso l’europeismo.

Oggi l’Italia ha lo stesso interesse nazionale da tutelare attraverso un europeismo declinato con un protagonismo mediterraneo. La macro regione oggi coinvolge Europa, Africa e Asia (i cinesi hanno il porto di Atene e più di un piede a Trieste), chissà perché sono della partita Russia e Turchia. È un’opportunità che ricorda quella che si aprì con le scoperte geografiche e l’arrivo del Nuovo Mondo. Sarà un caso, ma l’Egitto ha raddoppiato il Canale di Suez, potenziato arterie stradali e ferroviarie, ampliata e migliorata la rete di porti commerciali. Che cosa dobbiamo ancora attendere noi per aprire i cantieri da Napoli a Palermo, passando per Bari, Taranto, Reggio Calabria, e fare dell’Italia la piattaforma per il Mediterraneo? Possibile che neppure l’epidemia cinese e l’ulteriore rallentamento globale che ne discende ci permettono di uscire dal torpore delle prebende pubbliche assistenziali al Nord e dalle suggestioni della provincia produttiva lombardo-veneta-emiliana integrata con il gigante tedesco in difficoltà? Prima che ci vengano a chiedere di restituire i debiti e si chiuda la stagione dei bassi tassi, per una volta, siamo capaci di capire dalle Dolomiti a Pantelleria qual è il nuovo interesse italiano?

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