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Tempo di lettura 4 Minuti

Il Paese è piatto. Non ha una sola impresa nel futuro. Nulla di nulla di nulla nei campi nuovi. Abbiamo molte buone imprese che hanno un’ottima gestione aziendale e fanno buona innovazione. Le migliori sono nei territori emiliano-romagnoli e nel bergamasco-bresciano, ma siamo sempre lì in prima fila tra i contoterzisti o i subfornitori di qualità. Non siamo noi la testa nel mondo come ai tempi della Montedison nella chimica di base o della Olivetti per l’informatica, la Stet nelle telecomunicazioni e molto altro. Diciamo ancora la nostra grazie a Eni, Enel, Terna, Leonardo, quello che è sopravvissuto dell’ex Iri, ma se non usciamo in fretta dallo schema di sviluppo che abbiamo adottato negli ultimi venti anni ci autocondanniamo alla terza recessione.

Se continuiamo a parlare ogni giorno di prescrizione possiamo dire di essere sulla buona strada. Se continuiamo a riempirci la bocca di industria 4.0 e catena di valori di sicuro diciamo cose sensate, ma dobbiamo avere la consapevolezza che ci stiamo occupando del galleggiamento del Paese. Ne teniamo in superficie ancora per un po’ una parte, lasciamo affondare subito l’altra, e poniamo le premesse perché da fanalino di coda dell’Europa tutte e due le parti dell’Italia si ricongiungano sott’acqua di qui a qualche anno. Stiamo più o meno consapevolmente portando il Paese sotto la linea di galleggiamento. Prima che la giornata finisca, come ci ricorda Ivana Giannone che sa fare di conto, il Sud avrà perso 170 milioni di trasferimenti pubblici dovuti. A fine mese saranno 5,2 miliardi. A tanto ammontano gli sgocciolamenti che il tubo della Spesa Storica che perde da anni sottrae ogni trenta giorni alle regioni meridionali. Sono 62,3 miliardi di spesa sociale e di investimenti in infrastrutture, come certifica il Sistema dei Conti Pubblici Territoriali (CPT), che ogni anno dovrebbero andare al Sud e vanno invece a foraggiare la spesa clientelare dei carrozzoni regionali del Nord.

Il problema sistemico italiano è tutto qui. Non sono mancati gli idraulici volenterosi che hanno detto di volere aggiustare il tubo e di riparare le perdite, ma non succede mai perché quegli sgocciolamenti sottratti allo sviluppo non assistenziale del Sud sono il mare nero nel quale da almeno dieci anni si incrociano, al Nord, i peggiori affari delle discariche locali della politica non immuni da infiltrazioni della criminalità organizzata. Prima che sia troppo tardi il Paese ha bisogno del suo piano nazionale di sviluppo che ha senso solo se c’è il motore del Mezzogiorno. Esattamente come fu per l’unico vero miracolo economico italiano che è quello del dopoguerra. Invece non si parla mai del Sud e, quindi, si condanna l’Italia senza nemmeno saperlo. Ogni tanto si racconta qualche favoletta, l’ultima è quella della riserva del 34% degli investimenti, ma poi non si fa niente, nessuno ripara il tubo e, se continuano le perdite, tra qualche anno, non tra dieci, ci ritroviamo con un reddito pro capite del Mezzogiorno che scende sotto la soglia psicologica del 50% di quello del Nord. A quel punto non è che non c’è più il Mezzogiorno, non c’è più l’Italia. Non ci sono più le due Italie.

Il mondo non ci aiuta. Il Coronavirus tocca un’economia come quella cinese che vale quasi il 20% del Pil globale e l’inevitabile contrazione si fa sentire su un Paese di trasformatori e esportatori qual è ancora l’Italia. La frenata prolungata del gigante tedesco, sotto attacco di Trump, mette a nudo la fragilità del subsistema italiano di fornitura e demolisce le teorie di chi ha raccontato la storiella dell’integrazione del Nord Italia con il Nord Europa e di un Mezzogiorno che seguirà. La verità è che se l’Italia non ritrova uno straccio di dimensione infrastrutturale e industriale nazionali semplicemente sparisce. Per questo è interesse del Nord che si annunci e si attui, a tempo di record, il progetto infrastrutture del Sud. Considerando lo scippo subìto, tanto miope quanto prolungato, è addirittura un atto dovuto. Ma prima ancora, a pensarci bene, è l’unica possibilità che ha il Nord del Paese per potere continuare a dire la sua e l’Italia nel suo insieme per provare a competere nell’area globale.

Lo si chiami progetto Napoli-Bari-Taranto-Gioia Tauro. Si aprano domani i cantieri per l’alta velocità ferroviaria Napoli-Bari e per l’alta velocità/capacità ferroviaria Napoli-Reggio Calabria e si avviino i lavori per modernizzare i “retroporti” dei quattro scali e rendere ancora più attrattive le quattro zone economiche speciali (Zes). Il porto di Napoli, ad esempio, è stato dragato e può oggi fare attraccare mega navi ma non c’è il binario che arriva alla stazione merci su cui fare trasportare i container. A Napoli ci deve essere il treno che entra nel porto e che dal porto arriva a Milano trasportando le merci in tempo reale. Ovviamente ci vogliono i poteri sostitutivi perché non c’è tempo per stare a discutere e ovviamente ci vogliono i soldi ma questi si trovano. Prima di tutto ci vuole qualcuno che ci metta la faccia.

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